“Quando mi vidi non c’ero”: Vincenzo Agnetti, l’esperienza e il ritratto, relativismi universali

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Vincenzo Agnetti, “Ritratto di Dio” (1970).

Uno due tre quattro. È così che si apre il sito dell’archivio Vincenzo Agnetti, per chi ha la fortuna di visitarlo con il volume alto. Altrimenti, è vero, ci si perde qualcosa; ma forse il motivo principale per cui vale la pena conoscere questo artista è proprio che egli è la dimostrazione che non ha sempre senso avere nostalgia delle cose perse. Perché le cose che verranno sono altrettanto valide, pregne dell’esperienza passata, assimilata e poi lasciata andare o, come direbbe il titolo di una delle sue opere più celebri, “dimenticata a memoria”.

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Vincenzo Agnetti, “Ritratto di uomo” (1971), 75 x 100 cm. Courtesy of Archivio Vincenzo Agnetti.

Vincenzo Agnetti nasce a Milano nel 1926. Durante i primi anni da artista “informale” affianca Piero Manzoni ed Enrico Castellani nella gestione della galleria e dell’omonima rivista <>, fino a quando, nel 1962, lascia Milano per l’Argentina. Il periodo che segue si può interpretare come una sorta di pausa dall’arte (Agnetti continuava a lavorare nel campo dell’automazione elettronica), come un bel respiro preso a pieni polmoni prima del grande salto per tornare a Milano nel 1967, nella città che gli darà di nuovo i natali, stavolta da artista. Gli anni trascorsi all’estero e poi il ritorno in Italia, fino alla creazione nel 1969 dell’opera Dimenticato a memoria, costituiscono il periodo del “liquidazionismo” o “arte no”, le cui opere sono andate perdute, così come le poche informazioni biografiche sull’artista.

“Arte no era il rifiuto di dipingere, era la presenza a costo della crisi psicologica, era la presa di coscienza, erano i viaggi, il lavoro basso, sordo, per una libertà vera, era essere rivolto verso nuovi orizzonti. […]
Di quel periodo ricordo le cavalcate sulla spiaggia insieme a lui, la pesca lungo i fiumi, il mate assaporato nei momenti di riposo nelle estancias e poi i suoi quaderni, in primo piano. In quegli anni mio padre scriveva incessantemente in ogni momento libero. Questi quaderni, al contrario di altri lavori precedenti, ci sono rimasti.”

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Vincenzo Agnetti, “Autoritratto” (1971), feltro grigio con scritta dipinta di grigio, 120 x 80 cm. Courtesy of Archivio Agnetti / BUILDING, Milano.

Agnetti non prova nostalgia per quell’arte che egli nega e cancella; va avanti, piuttosto, e crea qualcosa di nuovo, perché le esperienze “liquidate” (non solo quelle artistiche) non sono andate perse: un appello a vivere il presente e appropriarsene tanto da lasciarlo andare, con tutto quello che ha portato, e a non averne nostalgia, perché rivivrà, perché lo conosceremo a memoria, come l’alfabeto, o come l’uno il due il tre e il quattro.
Alla domanda tipica del Novecento sulla possibilità di comunicare in maniera veramente autentica Agnetti risponde con uno sguardo sul mondo fatto di un’interessante fusione tra parola e immagine. E se comunicare il mondo a parole è l’obiettivo, non resta che dipingerne gli abitanti: dal grembo del ritratto nascono i Feltri, incisi a fuoco e dipinti, che ricordano un po’ un epitaffio, un riassunto da fine del mondo, tanto lapidario quanto preciso, tanto da non lasciare spazio alla nostalgia dei volti e delle figure canoniche del ritratto così come lo conosciamo. 

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Vincenzo Agnetti, “Ritratto” (1971), feltro colorato di grigio e lettere incise a fuoco dipinte di arancio, cm 120 x 80.

Agnetti trova un modo efficace per rappresentare l’impossibile, eppure la domanda sull’autenticità rimane, anche quando il soggetto è l’autore stesso: “Quando mi vidi non c’ero”, dice l’Autoritratto, come ad affermare che descriversi, e farlo in maniera verosimile, è impossibile. Guardarsi allo specchio il tempo giusto per tornare alla tela – o al feltro, in questo caso – e dimenticarsi, sfuggirsi, non sapersi spiegare; non saper inquadrare sé stessi o gli altri in un’unica forma, eterna. È l’occhio di un critico, o quello di un poeta, che fa del linguaggio la chiave della sua ricerca; è quindi fondamentale la scelta delle parole, che portano in seno ciò che allo stesso tempo è il loro pericolo e valore: la relatività di significato. Se ogni parola ha in potenza un’interpretazione relativa, davanti a noi non si schiude un’opera sola, bensì centinaia, migliaia o nessuna. E nel caso dei ritratti non una persona sola, ma infinite diverse versioni dello stesso topos (l’Amante, il Viandante, Dio). Acquisiamo quindi un potere che è quello che ci dona l’arte vera di tutti i tempi: quello di farci spettatori e creatori allo stesso tempo, non alla ricerca di un significato didascalico, ma lettori critici del tempo che stiamo vivendo.

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Vincenzo Agnetti, “Ritratto di uomo” (1971), 80 x 120 cm. Courtesy of Archivio Vincenzo Agnetti.

È questa la potenza di Agnetti oggi: l’opera parla, e lo fa con parole di un linguaggio che per noi è comune, accessibile; eppure sotto c’è qualcosa, dietro ad ogni parola è implicita l’ambiguità di un lavoro che di fondo è critico, grammaticale, e pone le sue fondamenta su quella che è la nostra capacità migliore, ma anche la più negletta: la comunicazione. È un invito a sforzarci di creare una relazione tra noi e il pensiero. L’immagine ci parla, stavolta in senso letterale: sta a noi decidere quale sarà il registro di lettura con cui la osserveremo, assimileremo e, nel migliore dei casi, dimenticheremo a memoria.

Maria Allegretti

Germana Agnetti, Quando mi vidi non c’ero. Una biografia di Vincenzo Agnetti .

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