Cindy Sherman, da “Untitled #” a “#Untitled”? Nuovi approcci alle piattaforme social nell’arte contemporanea

Cindy Sherman, Untitled Film Still #4, MoMA, 1977, © 2020 Cindy Sherman.

Cindy Sherman è un’artista globalmente conosciuta e riconosciuta per la sua cospicua produzione fotografica i cui soggetti sono personalità performate attraverso il travestimento e la reinterpretazione dell’identità personale, sociale e di genere (in particolare femminile); ha sempre posto la sua persona e il corpo come il vero fulcro della sua produzione artistica privilegiando la fotografia come modalità espressiva. Attiva partecipante degli anni ’70 si inserisce in una tendenza che si propone di mostrare l’avanzare del sistema dei consumi applicato alla società dello spettacolo e i suoi paradossi che nascono appunto dal mondo pubblicitario come anche dal cinema e dalla televisione, mezzi che si fanno sempre più “di massa”.

Ma ripercorriamo velocemente qualche tappa: una delle sue prime famosissime serie fotografiche è intitolata Untitled Film Stills (nel 1995 il MoMA l’ha acquistata per 1 milione di dollari), si snoda attraverso settanta scatti in bianco e nero realizzati fra il 1977 e il 1980, in questa serie la vediamo ricoprire i panni di immaginari personaggi femminili stereotipati, dei cliché, di ipotetici film noir di stampo Hollywoodiano; definiti “copie senza originali” dalla storica dell’arte Rosalind Krauss, ci troviamo di fronte ad una lucidissima visione di come l’industria della rappresentazione (cinema, pubblicità, televisione) stesse creando dei prototipi di ruoli sociali e di personaggi ambigui che possiamo ben notare in queste opere.La sua sperimentazione continua e, durante un soggiorno italiano, fra il 1988 e il 1990 prende vita la serie History Portraits, Old Masters che, come possiamo dedurre dal titolo, presenta una reinterpretazione in chiave anche decisamente un po’ freak di alcuni capolavori consolidati della storia dell’arte passando dal Barocco al Rococò, dal Rinascimento al Neoclassicismo eccetera seguendo quindi una nuova linea quella del citazionismo, a cui faranno riferimento anche altri artisti come ad esempio Giorgio De Chirico e Luigi Ontani solo per citarne un paio. La particolarità di questa serie è la manifesta volontà di non celare l’artificio della costruzione dei personaggi i quali prendono vita attraverso travestimenti certamente fedeli all’originale, ma decisamente senza alcun interesse verso una mimesis puntuale, non essendo il fine quello della “ricerca del bello” e di un’armonia compositiva come poteva essere un quadro di Raffaello, bensì presentando molto spesso dei feticci plastici che interagiscono con il corpo vivo dell’artista sulla linea fedele della Body Art e dell’arte performativa. Di molto altro si potrebbe trattare in questo discorso, ma questo per ora è abbastanza per capire che parliamo di corpo, costruzione di identità, travestimento, riflessione sull’immagine seriale e visione filtrata dalla fotografia.

Cindy Sherman, Untitled #228, 1990, MoMA, © 2020 Cindy Sherman.


“I was living in Rome but never went to the churches and museums there. I worked out of books, with reproductions. It’s an aspect of photography I appreciate, conceptually: the idea that images can be reproduced and seen anytime, anywhere, by anyone.”
– Cindy Sherman in Eva Respini, Cindy Sherman, New York: The Museum of Modern Art, 2012, 42-3

Così dichiara la Sherman proponendo una visione molto peculiare e personale rispetto alla riproduzione seriale delle opere d’arte, concetto che ha sempre creato dicotomie pesanti all’interno del panorama accademico. Ora, sulla scia della dichiarazione precedente, è opportuno addentrarci in quelli che sono i media utilizzati dalla Sherman per le sue opere ossia la fotografia, prima analogica e successivamente digitale, prima in bianco e nero e successivamente a colori estremamente saturati. Non abbiamo molte testimonianze riguardo le tipologie di macchine fotografiche utilizzate dall’artista, non per una mancanza formale, bensì perché sono già chiari all’interno delle opere i segnali dell’interesse verso l’adattamento alle novità in campo tecnico che la Sherman poteva avere a disposizione. Il bianco e nero come scelta stilistica per Untitled Film Stills ben si addiceva ai soggetti da lei inscenati, cosa che non avrebbe potuto attuare nell’approccio con la pittura carica di nuances di Raffaello piuttosto che di Caravaggio o Botticelli negli Old Masters motivo per cui si evolve alla pellicola a colori e quindi alla stampa cromogenica per ottenere il massimo della brillantezza. Ma ora? Esiste il digitale certo, le stampe sono molto più semplici da eseguire, ma pensandoci su un secondo la domanda nasce spontanea. Durante gli anni ’70 e ’80 la fotografia e la stampa fotografica (assieme al video, mezzo che la Sherman però non utilizza) erano i mezzi più consoni per trasmettere e diffondere immagini al mondo circostante, ma oggi? Dopo gli anni novanta, fino a noi, cosa porta ovunque informazioni, foto, dati, video, musica? Il Network, Internet, ma il figlio prediletto di questo ventunesimo secolo è, senza ombra di dubbio, il social media. Eccoci arrivati al punto, il social media sembrerebbe essere diventata la nuova frontiera a cui la Sherman è approdata, affiancata sempre e comunque dai suoi altri lavori “Untitled #” che non ha mai abbandonato. Non è certo l’unica artista contemporanea che ha fatto proprio questo mezzo e fra tutti  ricordiamo ad esempio Maurizio Cattelan e il suo progetto “THE SINGLE POST INSTAGRAM” terminato il 15 aprile 2019, nel quale ogni giorno pubblicava un’immagine accompagnata da una didascalia esemplare cancellando la precedente scardinando concettualmente quindi la funzione della “Instagram gallery”.

Pagina Instagram di Maurizio Cattelan, The Single Post Instagram Project.

12 maggio 2017, nel profilo Instagram di Cindy Sherman compare una foto commentata in modo ironico con “Selfie! No filter, hahaha”, siamo di fronte ad selfie come lei stessa lo definisce senza mezzi termini o confusioni terminologiche. Se fosse caduta nelle mani di un esperto d’arte probabilmente avrebbe assunto altre connotazioni, autoscatto? Autoritratto? Forse esagero ma il punto è la stessa definizione che lei fa, è un selfie. Sperimentare l’orizzonte di questa tipologia di foto e dell’immagine costruita e modificata attraverso l’utilizzo di filtri che deformano, sfigurano, corrodono, esagerano i tratti somatici del soggetto sembrerebbe in realtà l’approdo più diretto vista la poetica di quest’artista. Di certo segue esattamente una serie di capisaldi che possiamo dedurre dalle serie precedenti: uso del proprio corpo, anche se mai palesato “nudo e crudo” tant’è che sfido chiunque a riconoscere di primo impatto Cindy Sherman in una sua foto reale; uso della fotografia e in questo caso del modello fotografico più in voga in rete fra celebrità e massa indistinta; riflessione sul medium di riferimento, il cellulare e le applicazioni che sono fra gli oggetti più accessibili e un risvolto più concettuale che ruota attorno alla decostruzione/costruzione del sé in rete.

Pagina Instagram di Cindy Sherman.

Non vorrei scendere troppo nel particolare delle problematiche legate a quest’ultimo tema,  decisamente di stampo sociologico come ad esempio il catfish, ma di certo se diamo per vero, come penso sia, che: “Non basta infatti cambiare il medium per dar vita a un nuovo contenuto, quantunque sia vero che il medium trasforma il messaggio, cioè lo informa e così facendo lo arricchisce di peculiari specifiche.” come dice Roberto Marchesini, ad ogni serie della Sherman si aggiunge un piccolo link a nuove interpretazioni. Ci troviamo di fronte a qualcosa di estremamente contemporaneo e sotto certi aspetti non semplice da trattare, possiamo definire questa scelta come un tentativo di “arte per tutti”? O semplicemente come un innocente divertimento? Penso che la questione sia molto più complessa ma ancora non abbastanza sedimentata, vedremo il tempo cosa ci riserverà ancora e come si evolverà la questione, anche se potremmo definirle già da ora delle opere fatte e compiute, con dei canoni a se stanti dettati dal social in questione che, in qualche modo, possiede delle sue “regole” sempre in evoluzione, un po’ come le personalità della Sherman. Attendiamo con impazienza qualche informazione in più.

Etienne dal Ben

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