Elena Ominetti, illustratrice erotica. Una questione di rispetto e libertà sessuale

Nata a Senigallia nel 1986, laureata in Lingue orientali e diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Jesi ai corsi di Fumetto e Colorazione digitale, Elena Ominetti ha raccontato a Chiasmo la sua carriera da illustratrice di arte erotica, tra il patriarcato coi suoi figli obbedienti e la determinazione di chi ha per la propria passione uno spazio nel taschino in alto a sinistra.

Elena Ominetti, Sexual Healing, 2020

Sara Rossi: Come e perché ti sei avvicinata all’illustrazione erotica?

Elena Ominetti: Mi sono avvicinata all’illustrazione erotica ancora prima di decidere di fare la fumettista: leggevo tanti fumetti erotici sin da piccola, di nascosto da mia madre. Mi sono trovata tra le mani dei volumi della casa editrice Editoriale Aurea, una volta Euracomics, che pubblica fumetti di autori argentini, con collezioni come “Dago” o “Martin Hel”, mistery o d’avventura con elemento erotico, sia nel caso in cui il protagonista è un uomo, sia nel caso in cui la protagonista è una donna; nei fumetti argentini come questi la donna è molto libera e non ha problemi ad avere rapporti anche occasionali, come in Italia il nostro Dylan Dog, che in ogni volume ha una donna diversa. Sono donne molto sexy, molto belle.
Mi sono poi ritrovata tra le mani un fumetto che si chiama “Chiara di notte”, “Clara de noche”, sempre edito da Euracomix, erotico-umoristico, in cui la protagonista è quella che oggi chiameremmo sex worker, ma che di fatto è una prostituta di strada. Ci sono tantissime scene di sesso, ma questo è visto in maniera leggera, come qualcosa sul quale ridere insomma. Secondo me è anche quello che dovrebbe fare un po’ l’erotismo in generale. Da lì c’è stato fondamentalmente il mio approccio con il fumetto erotico, anche tramite riviste come “Skorpio”, le cui copertine spesso erano illustrate da Luis Royo, un autore spagnolo che raffigura molto spesso donne molto sexy; sono diventata una sua grande fan: le sue donne sono sempre molto belle, molto sinuose, molto erotiche e la cosa che più mi colpisce della sua arte è l’espressione che riesce a dare a queste donne: sicuramente sono trattate un po’ come oggetto di desiderio, come è giusto che sia nell’erotico, però hanno una personalità e le loro espressioni comunicano un desiderio, a differenza di altre, rappresentate solamente nella forma corporea.
Quando ho iniziato a fare fumetto, non pensavo assolutamente di fare erotico. Due anni fa, forse meno, lavoravo sia in un ristorante che come fumettista per la casa editrice Cronaca di Topolinia e come esercizio scaldamano ho cominciato a disegnare donne; piano piano ho cominciato a fare illustrazioni erotiche senza neanche rendermene conto. Mi piaceva farlo e quell’esercizio si è sviluppato in qualcosa di più consapevole: stavo facendo qualcosa di erotico, di un tipo di erotismo che a me piaceva e che, postandolo sui social, mi sono accorta che piaceva anche agli altri.
L’autrice donna di illustrazione erotica è un po’ una novità. Un tempo non c’erano molte fumettiste in generale, per cui è naturale che i maestri dell’erotico, più conosciuti, siano uomini, come Milo Manara, Serpieri o Crepax. Era una cosa strana per una donna leggere così tanti fumetti all’epoca di mia madre, ma adesso di donne che fanno erotico se ne vedono tante, soprattutto sui social. Di donne maestre [qui si corregge con “maestri”] ti posso citare Giovanna Casotto, Olivia De Berardinis, Apollonia Saintclair. Queste sono tra le più famose, ma in questo momento i social stanno strabordando di erotico femminile, ed è bello perché è molto diverso nelle tecniche usate, nello stile… i lavori non necessariamente devono essere realistici come nei grandi maestri dell’erotico: ci si esprime tramite i colori, i sentimenti e le emozioni. Si tratta di una novità, e la cosa sta piacendo.

Elena Ominetti, 2020

S.R: “Non devono essere realistici”? Perché secondo te?

E.O.: Da qualche anno a questa parte c’è stato il boom delle graphic novel, che altro non sono che fumetti che si distaccano dal canone commerciale. Prendi “Tex” o “Dylan Dog”, che hanno un determinato stile ed un determinato pubblico; poi arriva Zerocalcare, che parla di temi che a lui interessano e con uno stile che non ha bisogno di essere realistico, perché quello che vuole dire si esprime benissimo in quello stile. Questo secondo me vale per ogni tipo di fumetto e, se dobbiamo parlare di qualcosa di molto intimo, non sempre è utile essere super realistici. 

S.R.: Hai avuto esperienze lavorative con l’estero, sempre nell’ambito dell’erotico?

E.O.: Non ancora, ma mi piacerebbe molto. Al momento sto lavorando a dei progetti americani che non sono di tipo erotico e sto facendo un portfolio erotico da presentare ad editori francesi, perché lì va molto come genere fumettistico.

S.R.: Quindi c’è una differenza di accoglienza rispetto all’Italia?

E.O: La differenza è che il mercato francese ha proprio degli editori o delle collane di erotico, mentre in Italia no; ultimamente la Cosmo, i cui fumetti escono in edicola, sta ristampando una collana di classici dell’erotismo italiano, ma si tratta comunque di ristampe di fumetti usciti anche negli anni ’50-’60. Ci può essere il singolo autore che decide di fare un fumetto e viene pubblicato o graphic novel di genere erotico, ma non una vera e propria collana. In Francia ci sono case editrici, non molte, che pubblicano esclusivamente erotico o altre che hanno collane dedicate.

Elena Ominetti, Octopus, 2020

S.R: Passando a parlare più direttamente delle tue illustrazioni: hai notato differenze di accoglienza tra uomini e donne? Come è composto il tuo pubblico?

E.O.: Non c’è una grandissima differenza, sia per quanto riguarda il mio lavoro che quello delle mie colleghe: apprezzato sia da uomini che da donne, senza differenza sostanziale, e questo è un bene. Per quanto riguarda l’esperienza a diretto contatto con il pubblico, è una cosa diversa: alle fiere, quando il tuo portfolio erotico con le illustrazioni è in bella vista, per la maggior parte sono le donne a sfogliare senza vergognarsi e a farmi complimenti; gli uomini tendono ad essere più in imbarazzo e c’è quello che magari, mentre sfoglia, guarda la mia reazione e va via se c’è contatto visivo tra noi. Ci sono anche uomini che si fermano a chiacchierare molto più delle donne, e anche questo è un bene. Forse questa differenza di accoglienza è perché il fruitore di fumetti medio che conosce l’erotico sa distinguere tra loro gli autori, li conosce, e allora è più interessato a parlare e farmi domande. L’ultima volta qualcuno mi ha detto che una mia illustrazione era molto simile allo stile di Baldazzini, un autore italiano che ha prodotto molti fumetti erotici e che le generazioni successive alla mia magari non conoscono. 

S.R: Ti sei mai trovata nella condizione di dire: “ad un uomo questa cosa non sarebbe successa”?

E.O: Assolutamente sì. Su Instagram, soprattutto, la gente si scatena quando pubblico qualcosa di erotico: in privato arrivano foto non richieste o messaggi sconci da parte di persone con un background sociale molto patriarcale secondo i quali, siccome pubblico determinati contenuti, allora sono una donna facile e disponibile con tutti. Vedere i miei disegni non vuol dire in automatico conoscermi. Una persona ha provato a giustificare di avermi inviato una foto del suo pene dicendo: “pensavo fossi una donna emancipata”. Emancipata sì, ma non significa che ricevere certe foto mi faccia piacere. Un’altra volta ho ricevuto un messaggio in cui il mittente descriveva una situazione di sesso fra noi due. Dire che il mio disegno ti piace e immaginare me e te mentre facciamo e raccontarmelo è molestia.
Io poi rispondo, perché vorrei capire cosa ci sia nella testa di certe persone. La maggior parte chiede scusa, perché neanche si rende conto di cosa abbia fatto, e questa è la cosa assurda. In questi casi mi dico che forse ad un uomo questo non sarebbe successo. Poi, in realtà, non è così: un mio collega, che ha fatto dei disegni erotici, si è ritrovato messaggi di chi voleva approcciarlo. Viviamo in una società patriarcale, in cui gli uomini sono sottomessi ad un ruolo specifico quanto le donne. C’è un mondo in cui le persone sono veramente così, uomini e donne che non hanno rispetto per l’individuo e vedono solo stereotipi; per loro una donna che fa illustrazioni erotiche, o anche semplicemente un selfie, vuole e cerca attenzioni dal punto di vista sessuale, che l’uomo si sente in diritto di darle.
A chi riceve certi tipi di commenti esorto sempre a non lasciar mai perdere, perché sarebbe come accettare la situazione; mi è stato detto che ci si fa solo il sangue amaro, ma in realtà no: bisogna farselo il sangue amaro e, se si ha la possibilità, denunciare. 
Il problema è spesso il background sociale e il modo in cui si viene cresciuti, che spesso non includono il rispetto per la persona e la libertà sessuale.

Elena Ominetti, Tunnel of Love, 2020
Elena Ominetti, Love Music, 2020

S.R: Siamo nel 2020 e siamo bombardati dai media. Per farti un esempio, nel 2011 un team di studiosi dell’Università di Buffalo, mettendo sotto la lente di ingrandimento le copertine del “Rolling Stone”, ha concluso che l’89% delle donne veniva ritratta in modo da restituire al fruitore un’immagine sessualizzata del proprio corpo. Le tue illustrazioni risentono in qualche modo dalla sessualizzazione da cui siamo circondati?

E.O: Sicuramente sì, perché faccio illustrazioni erotiche dove il sesso e la sessualizzazione sono il centro dell’interesse e ho inoltre influenze artistiche, e non solo, che vedono la donna con le forme canoniche di bellezza, che rispecchiano determinate regole. Un domani però potrei fare un disegno erotico dove c’è una donna curvy, che tra l’altro mi è già stata commissionata e che ha riscosso anche molto successo sul mio Patreon.
Purtroppo, capita anche a me di sessualizzare una donna, molto più di quanto farei con il corpo di un uomo; è un processo inconscio che il nostro cervello fa, ma non sessualizzo tutte le donne che vedo né le inserisco in un determinato ruolo sociale.  Diciamo che, se leggessi un’intervista alla rettrice di una università e le si facesse la tipica domanda: “come fai a far convivere il lavoro e l’essere mamma e moglie?”, a me darebbe fastidio, come pure se la stessa rettrice venisse fotografata in maniera da sessualizzare il suo corpo. Succede che donne che non rispecchiano l’estetica accettata vengano criticate in qualche modo, diversamente da un uomo nella stessa posizione: le donne vengono sempre sessualizzate. Nel caso del “Rolling Stone”, penso sia ancora più facile che con la nostra rettrice dell’università, perché per la donna cantante spesso è importante essere ammirata.
Personalmente non trovo sia sbagliato sessualizzare una persona, se lo si fa senza essere sgarbati o volgari, o se quella persona desidera essere sessualizzata. Trovo sbagliato farlo necessariamente, parlare di una cantante e notare il seno scoperto in una foto o il modo in cui era vestita ad una festa. Per dirti, chi se ne frega se Adele è dimagrita o ingrassata: parlami del suo album. Gli appassionati di musica vogliono questo, probabilmente il “Rolling Stone” mira a tutt’altro.

Elena Ominetti, Son of a Preacher Man, 2020

S.R: In ultimo, cosa consiglieresti alle donne che vogliono approcciarsi all’arte erotica?

E.O: Io nello specifico, quando faccio arte erotica, penso sempre a qualcosa che mi piace o che vorrei provare: mi identifico moltissimo in quello che faccio; deve venire dal di dentro e si deve essere sinceri. Se una donna vuole approcciarvisi, è perché sente dentro di sé qualcosa e vuole esprimersi. Ovviamente si deve conoscere l’anatomia dei corpi, ma quello che mi sento di dire è di essere sincere, di non farlo per forza. A me è capitato di smettere per un periodo perché mi ero resa conto di star continuando solo perché questo ci si aspettava da me, perché il pubblico si era abituato a vedermi così. L’arte non va fatta per i like, ma perché qualcosa dentro di te ti dice di farla, perché vuoi farla.

Sara Rossi

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