Kathleen Gilje: La “Via della povertà” delle opere d’arte, quello che la pittura nasconde

Se è vero che l’arte deve scuotere dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni, allora è necessario scendere a patti con il fatto che il grande organismo sociale ha anche angoli malati o torbidi che vanno portati alla luce. Questo è il compito dell’artista”. L’artista americana Kathleen Gilje ha fatto sua questa missione realizzando copie di quadri famosi capaci di mandare messaggi più attuali che mai.

Kathleen Gilje, “Susanna and the Elders, Restored”, raggi X, 2001, credits: http://www.kathleengilje.com

Hai fatto caso alla frutta nella ciotola davanti al Bacco di Caravaggio, chiusa nella plastica e con tutti quei preservativi intorno? Assurdo, dici? Forse parli così perché entrando non hai notato che quel ragazzo riccio si sta facendo una pera. Hai fatto caso al suo volto deformato dal dolore? Sì, non è un bello spettacolo, e ne è passato di tempo da quando quella smorfia era causata dal morso di un ramarro. Va anche detto che in questo posto ormai della droga si fa un uso smisurato; qualche stanza più avanti c’è Danae che parla con un folletto blu, tu pensa! Come se fosse colpa sua, poi: dicono che sia stata drogata. Mi aspetteresti qui un secondo? Devo chiedere alla Dama con l’ermellino e al ritratto Trivulzio di andare a controllare nella camera in fondo al corridoio: è entrato un uomo nudo nella stanza di quella donna che ha un pappagallo e non credo avesse buone intenzioni; magari loro, con l’aspetto minaccioso dato da tutti quei tatuaggi, riusciranno a metterlo in fuga. Eh, ma che ci vuoi fare? Anche il sesso è all’ordine del giorno… Certo, certo che non c’è niente di male, o almeno finché è consensuale; l’altra mattina ho saputo di due vecchioni che hanno aggredito la povera Susanna. Menomale che lei aveva con sé un coltello…
 
Di questi personaggi forse già avete sentito parlare: sono il Bacco e il Ragazzo morso da un ramarro di Caravaggio, rispettivamente del 1595 e del 1593; la Danae sotto allucinogeni è in realtà quella di Rembrandt del 1636 e la donna insidiata da un uomo nudo è la degenerazione della Donna con un pappagallo che il pittore realista Courbet ha realizzato nel 1866; La dama con l’ermellino è invece un’opera di Leonardo da Vinci e il Ritratto Trivulzio di Antonello da Messina; Susanna, in ultimo, è la protagonista della Susanna e i vecchioni di Artemisia Gentileschi. Scommetto che in vesti simili sia stato difficile riconoscerli; è inutile affannarsi per raggiungere il Museo Nazionale di Cracovia per verificare se la Dama con l’ermellino abbia o meno i tatuaggi, perché no, non li ha. La scena che Bob Dylan avrebbe potuto agevolmente inserire in Desolation Row e con cui questo articolo si è aperto prende le mosse dall’azione di appropriazione di quadri degli Old Master, dei vecchi maestri, da parte di Kathleen Gilje, nata a Bay Ridge, Brooklyn, nel 1945. La sua carriera brillante viene segnata da una laurea breve in belle arti al City College New York e da un perfezionamento degli studi sul restauro in Italia, dapprima nello studio di Antonio de Mata a Roma, poi, dal 1967 al 1971, a Napoli, quando il direttore Raffaello Carsa chiederà a Mata di restaurare alcuni dipinti, presso il laboratorio del Museo di Capodimonte. Come già nella Città Eterna, anche nella capitale partenopea arrivano da restaurare opere di diversi pittori e Gilje rimane affascinata dai maestri italiani del 1500 e del 1600. In queste occasioni, l’artista impara a riconoscere gli elementi che compongono la cifra stilistica dei più svariati pittori e a replicarli alla perfezione, tanto da rendere le copie che compongono il ciclo degli Old Master Paintings quasi indistinguibili dagli originali, rivelandoci così come il lavoro, per citare Linda Nochlin, possa essere una forma di idee e un’esibizione di bravura tecnica.

Kathleen Gilje, “Dama con l’ermellino: K.Gilje, “Lady with an Ermine, Restored”, olio su tavola, 1997. Credits: http://www.alaintruong.com

Questo modus operandi ha la sua massima evidenza nelle Sargent’s Women del 2007-2008, in cui 48 donne, ritratte verso la seconda metà dell’Ottocento dal pittore americano John Singer Sargent, vengono rappresentate svestite e coi seni di altrettante donne viventi. La visione unitaria del ciclo, accentuata dall’esposizione solitamente di due serie l’una sotto l’altra da 24 quadri, mira ad essere smentita dalla presa di coscienza nel singolo che quelle che si hanno davanti sono le immagini di 48 donne diverse, da esaltare nella loro individualità, liberandole così dal ruolo di mogli o parenti di uomini di spicco nella società tardo Ottocentesca in cui Sargent l’aveva relegate
 
L’attualità dei classici
 
I lavori più importanti di Kathleen Gilje sono però quelli riconducibili alla serie Old Master Paintings, in cui l’autrice crea delle copie dei quadri della tradizione artistica, alterando la composizione originale in modo da sottoporre all’attenzione dello spettatore problemi di ordine sociale di vario genere. Le opere che si vengono a costituire sono la rappresentazione concreta di un tempo sospeso tra il passato, in cui sono stati attivi i grandi maestri della pittura, e il presente della denuncia che si viene di volta in volta a costituire.
Dopo un lungo studio dello stile, dei materiali e dell’esecuzione dell’opera, del contesto in cui l’autore del quadro originale era calato e della sua biografia, Gilje realizza copie che differiscono dagli originali nella misura della critica che l’artista vuole mandare.
Nel Bacchus. Restored, versione realizzata nel 1992 sul modello del Bacco di Caravaggio, la frutta nella ciotola davanti al giovane è avvolta nella plastica e sul tavolo è visibile un preservativo usato. 

Kathleen Gilje, “Bacchus, Restored”. credits: http://www.kathleengilje.com

La lettura che l’artista fa dell’opera è volta a suggerire che lo sguardo seducente del giovane ritratto sia diretto verso il committente, il Cardinale Francesco Maria del Monte; il ‘restauro’ gioca quindi sulla tradizione che vuole omosessuale il pittore milanese, sottintendendo una relazione di carattere sentimentale di quest’ultimo con il potente mecenate. Le modifiche della Gilje assumono senso in special modo se si considera che sono state realizzate durante un periodo in cui ancora non vi erano studi clinici adeguati riguardo l’HIV, che ancora pregiudicava la vita e la carriera (si ricordi in proposito che il film Philadephia del 1993 si ispira a fatti reali avvenuti appena due anni prima) di chiunque la contraesse. Il messaggio è chiaro: l’omoerotismo non ha impedito a Caravaggio di diventare una delle più brillanti fiamme della storia dell’arte italiana, quindi perché fermarsi a giudicare una persona solo da chi legittimamente decide di amare?
Caravaggio ritorna anche nella rivisitazione del Ragazzo morso da un ramarro, dove all’animale si sostituisce una siringa, spostando così il motivo dello spasmo del volto alla puntura di un ago. Come nell’opera originale, lo spettatore è immediatamente colpito dalla reazione di dolore del giovane, ma in questo caso si vuole denunciare l’uso e abuso di sostanze stupefacenti che si faceva negli anni novanta.
La droga torna anche nel ‘restauro’ che l’artista fa della Danae di Rembrandt, opera attualmente esposta al Museo dell’Hermitage di San Pietroburgo. Il mito reale vuole che Zeus, invaghitosi della principessa di Argo Danae, la fecondi trasfigurandosi sottoforma di oro che scende come pioggia sulla sua figura nuda. Nel lavoro di Gilje del 2001 il prezioso elemento è sostituito da un’indistinta nube blu fluttuante, condensata in un unico punto. Alla sola denuncia circa gli effetti degli acidi se ne aggiunge una seconda: Gilje interpreta il braccio teso verso l’oro della donna, presente già nel quadro del 1636 ma inteso come un invito alla divinità ad entrare in lei, come un gesto di difesa contro un atto che viene riconosciuto come sesso non consensuale. Per dirla in soldoni, contro uno stupro. Unendo i pezzi, il puzzle che si ottiene mostra quanto sia facile somministrare all’oggetto del proprio interesse sessuale sostanze sintetiche in grado di alterarne lo stato mentale e, soprattutto, psicofisico.
 
Quello che la pittura nasconde
 
La più geniale idea di Gilje è però quella di presentare alcune di queste modifiche come dei ‘pentimenti’, ossia a tutti gli effetti dei ripensamenti avvenuti durante la realizzazione dell’opera e coperti con modifiche più o meno definitive. Un famoso caso di ripensamento è quello di Michelangelo del Mosé che portò l’artista a scolpire nuovamente la figura dal blocco di marmo che già aveva lavorato fino a compimento della realizzazione. Accade spesso che questi siano visibili ad occhio nudo nella rappresentazione ultima, mediante sbalzi nella tonalità di colore, ma generalmente essi si mostrano mediante una lettura a raggi X dell’opera interessata.
è in questo modo che si scopre come il trespolo del pappagallo della Donna con pappagallo realizzata da Courbet sia nella versione di Gilje un corpo maschile nudo. Esso è visibile solo dal torace in giù, ad indicare quanto poco importi l’identità degli attori in scena quando si legge ciò che si ha davanti in un’ottica di puro voyeurismo; la sostituzione strizza l’occhio poi alla preminenza del simbolismo fallico presunta già nell’opera originale, a proposito della quale si ricordi l’interpretazione che vuole il pappagallo come rappresentazione del maschile che gode di una visione privilegiata del nudo femminile, secondo una lettura che trova un valido antecedente nell’articolo di Mona Hadler riguardo la Donna con pappagallo di Manet, rappresentata nel 1866.

Kathleen Gilje, “Woman with a Parrot, Restored”, raggi x, 2001. credits: http://www.kathleengilje.com

Gilje usa l’espediente dei ripensamenti per raccontare come sotto il colore, o il silenzio che dir si voglia, si possano nascondere brutali atti che è innegabile siano avvenuti. Non importa quanto si cerchi di nasconderla: la violenza c’è stata, sembra dire il risultato dell’esposizione ai raggi X della copia di Susanna e i vecchioni di Artemisia Gentileschi, e suoi effetti sul corpo e sulla mente della vittima sono cicatrici che porterà per sempre su di sé. Susanna ha un coltello nella mano sinistra, prova ad allontanare i suoi aggressori ed il suo volto mostra tutto il dolore che il gesto dei vecchioni nel tirarle i capelli provoca in lei. Gilje dota Susanna di un coltello per difendersi, proprio come Artemisia aveva fatto col colore e con le sue donne trionfanti sulle figure maschili. Ciò non può che far tornare alla mente gli avvenimenti biografici della pittrice romana, vittima di violenza da parte di Agostino Tassi ed una delle prime donne col coraggio di denunciare in tribunale l’avvenuto, in un’epoca ostile alle donne in ogni aspetto della vita. Come seconda operazione, Gilje copre tutto con la biacca e dipinge una copia quasi identica all’originale. Quello che appare ai nostri occhi davanti la visione della copia ai raggi X mostra come la giovane donna non sia la sola ad urlare: a guardare l’opera nella sua complessità sembra di sentire strepiti e suoni cacofonici che ricordano quelli prodotti dai trombettieri nel Giudizio Universale di Michelangelo e che provocano un disturbo che coinvolge, nella sua esperienza sinestetica, diverse sfere sensoriali ed emotive.
Se è vero che l’arte deve scuotere dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni, allora è necessario scendere a patti con il fatto che il grande organismo sociale ha anche angoli malati o torbidi che vanno portati alla luce. Questo è il compito dell’artista e Gilje lo assolve in pieno: non giudica, non commenta, ma si limita ad osservare, lasciando i suoi quadri denunciare che ci sono troppi ragazzi morsi da un ramarro, che c’è una serie infinita di Danae stese su un letto e che il non rimanere indifferenti è, prima di ogni cosa, un dovere morale.
 
Sara Rossi

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