Quando i tacchi smettono di essere tra i migliori alleati di una donna

Marilyn Monroe diceva: “Dai a una ragazza le scarpe giuste e conquisterà il mondo”. Imponi ad una tua impiegata i tacchi alti per otto ore al giorno ed inizierà una battaglia di genere.

Filipa Fino, in qualità di Senior Accessor Editor di Vogue USA, dichiarò di scegliere le scarpe in base al proprio umore ed alla sua agenda:  “Una riunione significa le assertive Manolo, incontro con il fidanzato le seduttive Givenchy”. Qualunque donna si è trovata di sicuro almeno una volta nella vita di fronte alla scarpiera, picchiettandosi il mento con l’indice nell’attesa di risolvere la scottante domanda: “Che scarpe indosso oggi?”. Ad aiutare nella scelta interviene una lunga serie di fattori: come ci si sente, se si è in vena di perdere tempo a cercare il paio adatto; quali si abbinano meglio all’outfit della giornata; se si sta per svolgere un’attività sportiva, se si sta andando a prendere un caffè o al lavoro. Proprio quest’ultimo punto è al centro della polemica aperta su Twitter da Yumi Ishkikawa nel 2019. L’attrice e modella giapponese ha infatti lanciato il 21 febbraio un tweet nel quale si lamentava per il dress code assurdo che l’agenzia di onoranze funebri per cui lavorava le imponeva: tacchi tra i cinque e i sette centimetri da portare con disinvoltura ogni giorno nelle otto ore in cui doveva rimanere in piedi. Il tweet, nato per aggiungersi ai fuochi di paglia delle quotidiane lamentele online, coi suoi oltre 30 mila retweet ha in realtà dato vita all’incendio di una vera e propria rivoluzione di genere e ad una petizione che ha in breve superato le 150.00 firme contro la politica dei tacchi alti sui posti di lavoro.

Yumi Ishikawa, ritratto.

L’indossare per tante ore consecutive i tacchi può portare a conseguenze che si ripercuotono su tutto il corpo, come mal di schiena, dolori muscolari  infiammazioni del tallone, fino alla più problematica osteoartrite. Non è un caso, infatti, che il nome del movimento, Ku-too, derivi in parte dai kanji giapponesi che significano “scarpe” e “dolore” (il giapponese è una lingua sillabica e le parole cambiano di senso a seconda del posizionamento dell’accento ; di conseguenza cambia anche l’ideogramma usato- ndA); la seconda parte, il “-too”, strizza l’occhio invece al più noto Me-too. La differenza è che da una parte, mentre tutti noi sappiamo chi è Harvey Weinstein, o cosa ha portato molte donne, appartenenti allo star system hollywoodiano, a sporgere denuncia, dall’altra nessuno conosce il nome del movimento giapponese, e spesso quando si parla del ku-too l’unica risposta che si ottiene è il silenzio. Non bisogna considerare il ku-too come un problema che non ci riguarda solo perché geograficamente lontano da noi: nel ben più vicino Regno Unito, Nicola Thorp è stata licenziata al suo primo giorno di lavoro come addetta alla reception della società di consulenza PricewaterhouseCoopers perché, in vista delle tante ore in cui avrebbe dovuto stare in piedi, aveva avuto l’ardire di presentarsi con delle scarpe basse non eleganti. Facendo un esempio che ci riguarda più da vicino, tutti noi ci ricorderemo della polemica sul dress code imposto da Alitalia alle sue hostess, che addirittura prevedeva un determinato colore della biancheria intima. Alitalia fa capo agli arabi, ma è Italia. Non serve andare tanto lontano per sentirsi dire cosa indossare o cosa no.

Sì, d’accordo, ma il Giappone?
La semisconosciuta battaglia è ben lungi dall’essere vinta, dal momento che Takumi Nemoto, allora ministro della Salute del Lavoro e del Welfare, ha definito l’indossare i tacchi sul lavoro “necessario ed appropriato” e che costringere ad indossare gli stiletti è un abuso di potere solo se la donna in questione riscontra una ferita o un dolore. Eppure, le misure che regolamentano l’abbigliamento da ufficio nel paese del Sol Levante ci sono, come dimostra il “Cool Biz”, varato dopo l’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, ma purtroppo tutto ciò è possibile solo per gli impiegati di sesso maschile. Se togliere giacca e cravatta per aiutare l’ambiente è più socialmente “appropriato” dell’indossare scarpe basse per salvaguardare la propria salute , forse è il caso che il rigoroso Giappone riveda le proprie priorità.

Sara Rossi

Sara Federico, Untitled

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