Artemisia col burqa. La storia di Shamsia Hassani

Nel Diciassettesimo secolo, a Roma, Artemisia Gentileschi scioglieva la violenza nei colori, usandola per legarli come fosse un componente della mistura stessa. Nel Ventunesimo secolo, quello che Shamsia Hassani fa a Kabul non è poi tanto diverso. Cosa è successo nel frattempo? Ci sono state le suffragette, la seconda, la terza ondata femminista, i “tremate, le streghe son tornate!” e i “per  ogni donna offesa, siamo tutti parte lesa”. Quest’ultimo slogan, il cui significato sembra difficile da applicare e comprendere per molte donne anche nella “più occidentale” Italia, Shamsia l’ha fatto proprio, portandolo addosso come un amuleto in grado di dare forza e coraggio. Perché di forza e di coraggio Shamsia ne ha da vendere e li usa per dare voce a tutte le donne afghane che, anche nelle più semplici pratiche quotidiane, vengono private della loro possibilità di parola. I suoi strumenti sono bombolette spray, le sue tele i giganteschi muri colpiti dalla guerra che da anni affligge il suo Paese; quello che nel suo colore vuole sciogliere è la guerra, è l’odio, è, di nuovo, la violenza.

L’Islam è una religione dichiaratamente aniconica. Non si possono raffigurare le immagini sacre, figurarsi quelle di figure umane. Figurarsi ancor più  quelle di donne. Eppure è proprio quello che Shamsia fa: disegna gigantesche immagini femminili, tutte così simili nella loro diversità di movimenti e abbigliamento; tutte con in mano una tastiera o perse e create da nastri e decorazioni che descrivono un movimento simile ad un’onda sonora, quasi a trasformare in armonie semplici e basilari quelli che fino a ieri erano gli sgraziati suoni della follia umana; tutte col capo coperto, dal burqa allo chador: il burqa è stato simbolo di rivoluzione nel 1979, ma ora siamo nel 2020 e non basta pensare che eliminandolo le donne vedano riabilitati anche i loro diritti più elementari. Come dire, l’abito non fa il monaco ed il capo scoperto non fa una donna libera. Lei stessa mette in pratica questa sua convinzione teorica e ne sostituisce il tessuto con la mascherina antipolvere, lasciando costretti dalla stoffa solo i capelli. I suoi soggetti, poi, hanno tutti delle lunghissime ciglia, quasi a voler sottolineare che si tratta di una, due, cento, mille donne. I suoi soggetti si somigliano tra loro, perché la grande figura il cui viso è rassegnato dietro le sbarre che nascono dalle sue mani potrebbe essere ognuna di noi. I suoi soggetti, in ultimo, non hanno la bocca, ma il loro messaggio è potente come un urlo. E Shamsia questo fa, per questo la sua grandezza va riconosciuta: urla, nella speranza che le donne ritrovino la voce che da troppo tempo è stata loro sottratta.


 Ma l’Artemisia col burqa non è sola nel lavoro di smantellamento di una tradizione repressiva al punto da lasciare che donne vengano punite una ciocca di troppo che fuoriesce dallo chador, per una libbra di carne scoperta, per essersi innamorate o anche solo aver cantato, e forte e radicata tanto che a volte i peggiori aguzzini delle donne sono del loro stesso sesso. Combatte tra le file di guerriere ribelli a questo status quo anche l’iraniana Shadi Ghadirian, la prima donna a laurearsi all’Università di Azad dopo la rivoluzione. Ai colpi d’arma da fuoco contro le donne che bevono Coca-Cola, che ascoltano musica o indossano occhiali, ha sostituito il flash di una macchina fotografica.
Shadi nasce nel 1974, quando Khomeini ancora non aveva reso obbligatorio lo hijab, ma le sue donne lo portano, a conferma di come la battaglia contro questa nuova forma di proibizionismo si possa vincere anche rimanendo fedeli alle proprie radici. Lo straniamento che quegli oggetti così “occidentali”, alcuni vietati al punto di poter essere trovati solo al mercato nero, è la presa di coscienza, è il movente che spinge a comprendere la necessità di ergersi, di far sentire la propria voce, di non aver più bisogno di qualcosa da far scomparire, ma di qualcosa da esaltare, con il colore, di tendere la mano e di aiutare chi non conosce la strada a camminare con passi sicuri verso un nuovo mondo che poi, chissà.


– Sara Rossi

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