Perché quella Medusa è perfetta e perché fa discutere. Le principali critiche mosse all’opera di Luciano Garbati

13 ottobre 2020, una bronzea Medusa si è presentata di fronte al New York County Criminal Court, con in mano la testa mozzata di Perseo. Possiamo affermare che si tratti di un’opera che ha lasciato un segno, non solo in ambito artistico ma anche socioculturale. 

Medusa with the head of Perseo”, 13 ottobre 2020, Collect Pond Park, Manhattan, New York (credits to: AmNy).

Sappiamo che il tribunale è il luogo in cui il produttore cinematografico Harvey Weinstein – e non solo lui – è stato processato, nel marzo 2020, per stupro e violenze sessuali, accusato da una pioggia di voci che si sono unite all’urlo “me too”, a cominciare da quella dell’attrice Alyssa Milano, che ha sporto denuncia nel 2017. Il movimento del #metoo, fondato 11 anni prima da Tarana Burke, ha ricevuto così una nuova eco di portata mondiale, in cui più e più voci si sono alzate. Fino ad arrivare all’opera in questione, realizzata dall’artista italoargentino Luciano Garbati, scolpita nel 2008 e divenuta celebre nel 2018 grazie al progetto MWTH (Medusa with the head), lanciato dalla fotografa Bek Anderson, con l’obiettivo di riattualizzare storie consolidate nell’immaginario collettivo – appunto, i miti – in contesti contemporanei. Il luogo per l‘installazione è stato scelto da Garbati stesso nel gennaio 2019. 
Primo merito dell’opera è quello di aver gettato luce su quella parte del mito che non molte persone conoscevano: il vero motivo per cui Medusa venne trasformata in mostro. La bellissima fanciulla fu infatti stuprata da Poseidone nel tempio di Atena, la quale decise di punirla trasformandola in una creatura mostruosa e letale. 
Diventa subito chiaro come Medusa sia perfetto emblema del fenomeno, purtroppo attualissimo, del victim blaming, per cui “tu stuprata, tua la colpa”. 

Marcia #metoo per le vittime di abusi sessuali, Hollywood Boulevard, Los Angeles, 12 novembre 2017 (credits to: usa today news).

Garbati rivisita il mito, cambiando il ruolo dei protagonisti: Medusa si vendica e mozza la testa al suo assassino, che ha tra l’altro le stesse fattezze di Garbati. Di Perseo resta il capo sospeso trattenuto per una ciocca di capelli. Giustizia è fatta. 

Luciano Garbati posa vicino al volto di Perseo (credits to: Luciano Garbati on twitter)

Tuttavia, come ogni opera ben riuscita ma soprattutto rivoluzionaria, la statua ha suscitato non poche polemiche. 
Prima accusa è l’incitamento all’aggressività: “bel messaggio, rispondere alla violenza con la violenza!”. Fa sorridere (ma è un sorriso amaro) il fatto che uno dei pochi casi, mi sembra, in cui venga criticata la rappresentazione di un gesto violento –nonché del tutto simbolico- sia proprio quello in cui l’obiettivo è incrinare il sistema violento del patriarcato. Viviamo in una società in cui la violenza spesso sembra sopraffarci, ma ciò che più ci fa infuriare è una statua che rivendica dignità per le vittime di abuso sessuale. Se guardandola leggiamo un’istigazione all’aggressività piuttosto che un senso di giustizia abbiamo un problema, come collettività: non si tratta di violenza, si tratta di raccontare la vera storia di una vittima che è stata silenziata. 
Inoltre, ragionando in questo modo, dovremmo rimuovere anche quel Perseo, bellamente esposto alla vista di tutti – anche di bambini! – nella Loggia dei Lanzi a Firenze, in Piazza della Signoria, a cui Garbati si è ispirato, scolpito da Benvenuto Cellini nel 1554 nel suo ruolo tradizionale: mentre regge la testa mozzata di Medusa. 

Benvenuto Cellini, “Perseo con la testa di Medusa”, 1554, Loggia dei Lanzi in Piazza della Signoria, Firenze (credits: Folia magazine)

Altra critica che è andata per la maggiore: l’opera scelta per gridare giustizia per le donne è firmata da un uomo. Faccio fatica a comprendere dove sia il problema. E faccio altrettanta fatica a capire perché, invece, non si esulti e non si accolga una voce che si unisce al coro, maschile o femminile che sia. Difficilmente, nella mia quotidianità, trovo uomini che mostrino un evidente ed energico disprezzo nei confronti di fenomeni come il victim blaming. Servono uomini per distruggere lo stereotipo del “boys will be boys”, servono uomini per far comprendere che la lotta alla violenza di genere non è un problema femminile, non riguarda solo il 50% della popolazione, l’altra metà del cielo, ma deve essere una lotta polifonica, corale, multiculturale.

Luciano Garbati, “Medusa with the head of Perseus”, dettaglio, Collect Pond Park, Manhannat, New York (credits to: the new york times)

Ultima critica rivolta alla Medusa newyorkese: è troppo sexy. Si teme, dunque, che la donna sia stata ritratta fisicamente bella per attirare lo sguardo maschile e che quindi non si possa ergere a simbolo di ribellione femminile in quanto mero oggetto di piacere per gli uomini. È un po’ come la vecchia storia della ragazza più bella della classe che non sta simpatica a nessuna, perché ha tutti gli occhi su di sé. 
Prima di tutto ricordiamo che l’opera riecheggia una scultura già esistente, che parlava un linguaggio artistico ben preciso, quello manieristico, a sua volta ispirato alla corrente del rinascimento maturo: il Perseo di Cellini è bellissimo, i muscoli sono tesi e la sua posa è gloriosa. Insensato, ritengo, creare una versione femminile che non rispecchi quell’ideale di bellezza, proprio perché lo scopo della statua è quella di “fare il verso” al Perseo bello e vanesio. Inoltre, il bodyshaming è un tema importante e di cui è necessario parlare, ma proprio per non banalizzarlo bisogna evitare di inserirlo forzatamente in contesti che non lo riguardano. 
In sostanza, alla Medusa newyorkese hanno risposto persone arrabbiate, indignate, ma anche riconoscenti. Tra queste ultime c’è anche chi scrive, grata a Luciano Garbati per aver dato voce alla Medusa che, purtroppo, è in tutte noi.

Marianna Reggiani

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