Artemisia Gentileschi ed Emanuela Auricchio: per le strade di Napoli in cerca di giustizia

Un omaggio ad Artemisia Gentileschi per sensibilizzare sul tema della violenza di genere: tra live painting e raccolta fondi, l’arte come strumento di battaglia sociale.

Leggiamo tanti libri, studiamo tante pagine, impariamo tante nozioni, ma raramente ci facciamo toccare nel profondo dalle storie che incontriamo. Preferiamo lasciarle lì, accantonate nel loro secolo, lontane da noi e dal nostro quotidiano. Succede però, a volte, che qualcosa ci spinga a fare un passo in più, arrivando finalmente a vedere quel legame che indubbiamente esiste tra passato e presente, e come le storie dell’uno e dell’altro siano diverse, certo, ma di similissima matrice. Questo può accadere, per esempio, quando la passione incontra l’idea.
È il caso di Emanuela Auricchio, pittrice ventitreenne originaria di Napoli. Nell’estate del 2021 si è resa promotrice e protagonista di una serie di sessioni di live painting nelle strade della sua città, durante le quali ha realizzato una propria versione dell’opera “Autoritratto come allegoria della pittura” di Artemisia Gentileschi. La scelta di omaggiare questa ineguagliabile artista seicentesca, naturalmente, non è casuale.

Artemisia Gentileschi, Autoritratto come allegoria della pittura, 1638-39,  98.6 x 75.2 cm, olio su tela, Royal Collection Trust, Buckingham Palace, UK, Credits Royal Collection Trust
Emanuela Auricchio in Piazza S. Domenico, Napoli, 2021

La storia di Artemisia Gentileschi

Pittrice di scuola caravaggesca nonché prima donna ad essere considerata nella storia dell’arte, Artemisia porta con sé anche una storia di profondo dolore: nel maggio 1612 venne stuprata da Agostino Tassi, anch’egli pittore nonché amico e collega del padre di lei, Orazio Gentileschi.
Umiliata, torturata e, naturalmente, non creduta, Artemisia è oggi un simbolo di resistenza e di lotta per tutte le donne vittime di violenza. Già a suo tempo guardata con sospetto dai più perché dedita ad “esercizi di pittura”, ancora oggi fatica a conquistare uno spazio che sia più lungo di un paragrafo nei manuali di storia dell’arte. Scaraventata spesso nella caotica e imprecisa categoria dei cosiddetti “artisti minori”, Artemisia è la principale erede della lezione di Caravaggio, da lei compresa e assimilata in misura  senza dubbio maggiore rispetto a tanti suoi colleghi uomini. Questo, ovviamente, non le venne perdonato.

Caravaggio, Giuditta e Oloferne, 1599, 145 x 195 cm, olio su tela, Palazzo Barberini, Roma, Credits Palazzo Barberini
Artemisia Gentileschi, Giuditta decapita Oloferne, 1620, 146,5 x 108 cm, olio su tela, Galleria degli Uffizi, Firenze, Credits Galleria degli Uffizi

È per noi possibile ripercorrere l’orrore della sua vicenda attraverso la lettura degli Atti di processo per stupro, ossia la raccolta dei dialoghi tra accusatrice ed imputato, tenutisi in sede legale per volere del padre Orazio. Si tratta di un testo molto forte, perché Artemisia procede con una grande dovizia di particolari nel descrivere la violenza subita. “Ti voglio ammazzare con questo cortello che tu m’hai vittuperata”, riferisce di aver detto ad Agostino subito dopo lo stupro. “Non me ne ricordo”, risponderà lui. E tanto basta ad un uomo per poterne uscire a testa alta. Agostino infatti resterà in carcere pochi mesi, mentre lei perderà tutto, considerata ormai alla stregua di una prostituta, senza null’altro che la sua arte.
È proprio la lettura di questo testo ad aver spinto Auricchio a voler celebrare la straordinaria pittrice romana.

“Mentre leggevo, ho notato molte somiglianze tra le ingiustizie di allora e quelle di oggi. È stato un senso di forte insoddisfazione e di rivalsa che mi ha portato ad essere molto vicina alla tematica. Quindi inizialmente volevo semplicemente fare un tributo ad Artemisia con un mio dipinto di studio.”

Emanuela Auricchio, Tributo ad Artemisia Gentileschi, 2021, 120 x 80 cm, olio, acrilico e orofoglia su tela, Napoli

Tuttavia, Auricchio non si è fermata alla semplice replica dell’opera. Nella sua versione, infatti, nel punto in cui la mano di Artemisia poggia il pennello nasce una scrosciante pioggia di nomi femminili, simboli di storie e ferite ancora aperte. Chi sono quelle donne?

“Avevo inizialmente pensato di scrivere io i nomi di alcune vittime e sopravvissute, consultando le statistiche ISTAT. Poi con il tempo ho pensato che avrei potuto lasciar firmare le persone. Da lì è scattata l’idea di dipingere per strada. La motivazione che mi ha spinto è stata la voglia di creare comunione e sensibilizzazione su un tema così importante e molto spesso trascurato, è stata una sorta di chiamata, ho sentito che dovevo farlo.”

Emanuela Auricchio, Tributo ad Artemisia Gentileschi, Napoli

Le forme della violenza

Quei nomi, dunque, non sono solo di vittime brutalmente ammazzate e massacrate, ma di donne che tutt’oggi combattono ogni giorno una guerra sfiancante contro una violenza subdola, che si nasconde dietro varie maschere: violenza psicologica ed economica, stalking, cat-calling, condivisione non consensuale di materiale intimo, mansplaining, molestia verbale. Sono questi i tanti volti di un sistema patriarcale che dai tempi di Artemisia è giunto indisturbato fino a noi, quasi del tutto intatto nel suo meccanismo.

MARIANNA REGGIANI: Come hanno reagito le persone in strada e le donne che hanno firmato? 
EMANUELA AURICCHIO: All’inizio non è stato facile. Io avevo un cartello in cui invitavo le donne ad esporsi e firmare. Quindi era palese che chi firmava, firmava perché vittima di violenza. Quando le prime persone hanno messo i nomi anche le altre erano più invogliate perché, banalmente, non si sentivano sole. Ricordo quasi tutte le donne che si sono affacciate al dipinto. In particolare una volta, sentendo una storia, sono scoppiata a piangere e mi sono presa una pausa di un’ora e mezza per ricompormi. C’è stato anche chi mi chiedeva ‘come mai lo stai facendo? Non lo trovo necessario’, e io ogni volta mi fermavo a spiegare perché invece lo fosse. Sono anche venute delle persone a firmare in nome di parenti, amiche che purtroppo non ci sono più, ed è stato un momento molto forte.

MARIANNA REGGIANI: Si parla spesso della funzione catartica dell’arte: credi che sia questo il caso? Credi che questo progetto abbia concesso alle donne che hanno visionato l’opera di ritrovare una sorta di serenità, di pace interiore, attraverso la storia di una donna come loro?
EMANUELA AURICCHIO: Io credo molto nel potere catartico dell’arte. Il pensiero che qualcuna si sia sentita meno sola e più accolta mi ha trasmesso tanta gratificazione umana. Mi fa piacere pensare che uno strumento così semplice e una storia così lontana possano mantenere viva non solo l’artista stessa, ma anche l’idea che in ognuna di noi ci sia un po’ di Artemisia. Ho visto dei cuori molto emozionati di persone molto sofferenti.

MARIANNA REGGIANI: Puoi dirci qualcosa riguardo la realizzazione tecnica dell’opera? Ti sei ispirata a qualche artista o corrente in particolare?
EMANUELA AURICCHIO: Ho cercato di creare un mix tra la mia pittura, molto materica, e l’originale seicentesco, quindi classico e barocco al tempo stesso. Io dipingo molte donne, tutte accomunate da una maestosità di stampo klimtiano. Da qui l’utilizzo dell’oro-foglia. Ci ho tenuto a portare tanto di mio nel dipinto, sebbene io abbia voluto anche che fosse facilmente riconoscibile, e che quindi il richiamo ad Artemisia fosse palese.

Gustav Klimt, Giuditta I, 1901, 84 x 42 cm, olio su tela, Österreichische Galerie Belvedere, Vienna, Credits ArtsDot.com

L’arte in piazza e la sua libera fruizione

L’idea di Emanuela Auricchio è nata dalla voglia di unire e rendere partecipe il più grande numero di persone possibile. Le strade, le piazze, i luoghi “sporcati” dalla quotidianità sono anche i luoghi in cui l’arte assume un significato sempre diverso. L’opera di Auricchio non si è limitata alla realizzazione della sua tela: le reazioni e le lacrime delle persone sono arte, le loro domande, le espressioni sui loro volti, le coscienze che si svegliano. Prendere parte ad una lotta, mettersi in discussione, chiedersi “perché non me ne sono accorto/a prima?”, è arte. L’arte è qualcosa di vivo, in costante movimento. L’opera non cambia, cambia il nostro modo di guardarla. L’autoritratto di Artemisia Gentileschi e il dipinto di Emanuela Auricchio saranno sempre gli stessi, ma cambierà il nostro modo di rapportarci ad essi. Perché ora sappiamo che dietro ad entrambi si nascondono storie di profonda sofferenza, ma allo stesso tempo una comune esigenza di riscatto e di giustizia.

Telefono Rosa

L’ultima tappa del Progetto Artemisia è la raccolta fondi che Auricchio ha avviato in collaborazione con l’Associazione Nazionale Telefono Rosa, sede di Napoli. L’Associazione si pone l’obiettivo di sostenere e tutelare le donne vittime di violenza, offrendo loro la possibilità di ricevere gratuitamente ascolto, accoglienza, sicurezza e protezione.

MARIANNA REGGIANI: Fin quando sarà possibile donare?
EMANUELA AURICCHIO: Sarà possibile continuare a donare anche per i prossimi due-tre mesi. L’iniziativa si conclude con la raccolta fondi sul sito gofund.me. Alla chiusura della raccolta io consegnerò l’opera in dono all’associazione stessa. È possibile ricevere una copia di stampa su tela del mio dipinto donando un contributo fisso di 15 euro sulla piattaforma, più le spese di spedizione.

Naturalmente, Telefono Rosa rimane una valida associazione a cui donare, anche dopo che la raccolta fondi sarà conclusa. 
Sarà questo dunque il punto d’arrivo del “Progetto Artemisia”, che Emanuela Auricchio ha definito come “un lungo viaggio”. Grazie a chi vorrà prenderne parte, custodendo un frammento della storia dell’immensa Artemisia Gentileschi: pittrice eccezionale, simbolo di lotta e sorellanza.

Marianna Reggiani

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