Masculin Féminin. Le soggettività queer attraverso l’obiettivo di Arthur Buoso. 

Etienne: Ciao Arthur, come stai? Volevo farti innanzitutto un paio di domande su te stesso e il tuo lavoro, come e quando hai iniziato a fotografare, e cosa significa per te l’uso del medium fotografico?  

Arthur: Ciao Etienne! Sto molto bene, grazie, e tu? I miei primi tentativi con la reflex risalgono al 2015, dunque all’estate dei miei quindici anni. Mi dilettavo a ritrarre volti amici in campagna, al mare, fra i banchi del mio liceo, alle gite e più tardi anche alle feste di compleanno. Ero davvero giovane e la fotografia non era che uno dei miei tanti hobby, eppure le mie immagini piacevano!
Presto compresi che il mezzo fotografico era il mio modo preferito di comunicare alle persone quanto le amassi, perché sembrava sostituire a meraviglia le parole. Desideravo fare un regalo ad un’amica? Ecco che mi offrivo di ritrarla nel suo vestito preferito, magari sullo sfondo floreale offerto dai colli vicino casa; ero troppo timido per dichiararmi alla cotta del momento? Lasciavo che fossero le mie immagini a farlo, quelle non fallivano mai, si facevano capire a meraviglia.
Nel 2018, al momento di scegliere il percorso universitario più adatto a me, rinunciai a quello che credevo essere il sogno di una vita (la cattedra di Lettere Antiche all’università di Padova) per studiare ‘Fotografia e Nuovi Media’ all’Accademia Italiana di Firenze. Inutile dire che lasciai basito chiunque, me compreso: l’hobby della domenica era riuscito a scavalcare ogni cosa, tanto da imporsi sui miei piani e sulle aspettative di genitori e professori (che già mi visualizzavano chino su qualche manuale di storiografia greca).

Etienne: Quale tipologia di fotografia prediligi e perché? (Ritrattistica, paesaggio ecc.) 

Arthur: Sebbene non sia un grande fan delle etichette in campo artistico, per praticità sono solito definirmi fotografo di ritratto e di moda, giacché questi sono i due ‘ambiti’ da me maggiormente frequentati (ed amati). Nonostante ciò, da cinque anni eseguo reportage fotografici di eventi e cerimonie su Padova, Venezia e Firenze, poiché la mia vena ritrattista ben si adatta a tali contesti sociali. A Milano ho finalmente trovato la mia dimensione, affiancando la fotografia di moda a quella di eventi tenuti da collettivi transfemministi queer; i volti, insomma, rimangono la mia grande passione, sia sul set che fra la folla.

Etienne: Come hai riferito lavori anche all’interno dell’ambito della moda, un settore che ha sempre fatto molta fatica nell’accogliere fisicità e corpi discostanti dai canoni estetici consolidati negli anni, come ti approcci a questo settore? Pensi che stiano avvenendo dei reali cambiamenti nella rappresentazione di corpi “non conformi”? 

Arthur: La fotografia di moda non è certo un settore che definirei ‘semplice’, perché fatto di mille contraddizioni in termini e tante, troppe leggi non scritte; in quanto mare vastissimo, sa però accogliere correnti di pensiero diverse fra loro: il segreto sta nel ricercare la propria nicchia, capire chi e come si vuole fotografare. Sfoglio riviste di moda come ‘Elle’, ‘Vogue’ e ‘Harper Bazaar’ da che ne ho memoria e Milano è sempre stata la mia città dei sogni: viverci quasi non mi sembra vero, eppure eccomi qui. La capitale della moda sa infatti essere generosissima e crudele: in nessun altro posto ho assistito alla nascita di un così alto numero di brand indipendenti, inclusivi e dall’anima autenticamente queer; allo stesso tempo, è proprio qui che la competizione fra talent ed addetti ai lavori è spietata. Milano è la città delle grandi agenzie e delle maison della tradizione, ma è anche luogo di sperimentazione e di rivendicazione: basti pensare alle molteplici realtà di street casting che dominano le sfilate in occasione della MFW [Milano Fashion Week].
Se invece parliamo di brand, Marco Rambaldi è la realtà indipendente che più si è distinta per l’inclusione di corpi non conformi, tanto nella sua romantica iconografia, quanto nelle sue sfilate dal sapore profetico; ammetto di essermi innamorato centomila volte dei volti di ‘Rambaldimanzia’ – la collezione primavera/estate ’22 presentata alla Fashion Week dello scorso febbraio. 
Collaborare con un designer così visionario sarebbe un vero sogno, incrocia le dita per me!

Etienne: Da ragazzo transmasc non-binary e contemporaneista ho spesso notato una grande fatica nell’affrontare più nel particolare le vite e le esperienze delle persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+ in arte (e non solo), riservando nella maggior parte dei casi un trattamento superficiale senza arrivare ai tratti più intimi e al background di cui quest* fanno parte oppure confinando queste realtà ai margini. Da persona e fotografo di identità non binaria quanto pensi sia importante la presenza di personalità queer, non-binary, transgender e delle nostre individualità e voci all’interno della quotidianità anche mainstream? 

Arthur: Ho vissuto all’oscuro di termini come ‘queer’ e ‘non binary’ per ben diciotto anni (ad oggi ne ho ventidue) – non riuscendo dunque a spiegare a me e agli altri (primi fra tutti: i miei genitori) quel che davvero sentivo. Ho infatti scoperto di essere una persona transmasc non binary ben oltre l’età della ragione, quando ormai tutti davano per scontato io mi sentissi donna al cento per cento! Non a caso, l’obiezione che mi viene mossa con più frequenza è proprio l’aver vissuto per oltre vent’anni «nel mistero» – obiezione che sposta la colpa su di me e che non tiene affatto conto della mancanza di visibilità non binary nel panorama mainstream italiano. 
A gennaio 2021 strinsi amicizia con un gruppo di persone trans* e non binary di Firenze, ad oggi i miei affetti più cari; attraverso i loro occhi e le loro parole mi sono visto riconosciuto e validato nella mia identità di genere ed ho potuto esplorarmi senza timore, scoprendo nel contempo il valore dell’amicizia e la meraviglia del mutuo aiuto. Supportato dai miei nuovi amici, ho poi scoperto tantə altrə artistə queer e gender non conforming provenienti da tutto il mondo; avere accesso a queste preziose risorse in età adulta è stato pari a rivivere una seconda adolescenza all’insegna dell’euforia di genere – un sentimento così estraneo al me sedicenne che annaspava nella ciseterosessualità compulsiva!  Alla luce di quanto raccontato sopra, credo sia fondamentale poter assistere sin da piccolə ad una rappresentazione trans* scevra da stereotipi, affinché ci possa riconoscere in narrative affini alle proprie e non sentirsi mai sbagliatə. Per molto tempo ho creduto di essere cisgender (e cioè di riconoscermi nel genere assegnatomi alla nascita) perché le poche testimonianze trans* presenti nelle serie televisive da me consumate non corrispondevano al mio sentire; confrontarmi invece con altre persone queer mi ha dato il coraggio di scuotere la mia vita dalle sue fondamenta e cambiare ciò che ormai mi stava stretto.

Etienne: Pensi che vengano sfruttati e/o strumentalizzati l’esperienza e l’immaginario delle persone della comunità queer/trans da chi non ne conosce le necessità, le lotte e rivendicazioni, per fini che esulano dall’obiettivo di inclusività e di “sana” rappresentazione? 

Arthur: Il queerbaiting è un fenomeno tristemente diffuso, tanto oltreoceano quanto in Italia. 
Si tratta di una strategia commerciale che strizza l’occhio alle persone LGBTQIA ed al contempo mantiene un profilo apprezzabile anche dal pubblico cishet, rivelandosi così inutile – se non dannosa – alla lotta per l’inclusività di genere. Uno smalto nero ed un vestito rosa non sono sufficienti se ad indossarli è sempre e comunque un uomo (cisgender, etero) che nel concreto non si batte per i diritti di una comunità che soffre la mancanza di una sana rappresentazione. Appropriarsi dell’estetica queer senza assumersi la responsabilità di definirsi tale è puro opportunismo mediatico: una becera forma di intrattenimento che nulla ha a che spartire con il vero attivismo LGBTQIA.

Etienne: Concordo pienamente con quanto dici. Ma tornando a te, da un paio di anni a questa parte porti avanti il progetto «Masculin Féminin» che definisci come «ricerca fotografica dedicata al racconto di soggettività che non confermano i modelli di genere dominanti», alla luce di ciò che abbiamo detto finora, cosa intendi personalmente con questa definizione? Come sei arrivato alla decisione (o necessità?) di intraprendere questo percorso? 

Arthur: Cominciato a settembre 2020, Masculin Féminin [ IG: @masculinfemininproject ] voleva raccogliere testimonianze di soggettività queer, trans* e non binarie residenti in Italia, al fine di superare i concetti di ‘femminile’ e ‘maschile’ che tanto stanno stretti alla nostra comunità. 
Un appello alla libertà di trasformare sé e l’altro secondo immagini sempre nuove, un invito alla ricerca permanente di nuove identità, fluttuanti, audaci e fiere. Ironia vuole però che solo a progetto inoltrato io stesso abbia compreso di star parlando anche di me, del mio non binarismo, insomma: della mia dissidenza dal regime del genere. Raccontando di altrə, indirettamente facevo parlare anche me stesso, ma sempre e solo da dietro le quinte. Dopo anni trascorsi a performare un’espressione di genere che non mi rendeva fiero e che anzi mi gettava in uno stato di grande sconforto, nell’ultimo periodo ho quindi voluto abbracciare forte ciò che sono. Dio solo sa [NB: Bowie solo sa] quanto questo mio volto da cherubino mi abbia fatto dannare: l’ho detestato, adorato, poi nuovamente detestato — perché causa di disforia ed assieme di vanità. Una lotta infinita, senza timore di esagerare. «Faccia d’angelo», così l’hanno chiamata, peccato io la volessi da villain, ‘cattivo’ dei cartoni animati; per quanto mi sforzassi, non riuscivo mai a presentarmi come desideravo: restituivo dolcezza e delicatezza, per alcuni ‘un non-so-che-di-francese’ — poi nient’altro. Negli anni ho visto il mio volto fiorire, allungarsi e liberarsi di quell’acne che lo soffocava, l’ho sentito venire chiamato ‘femminile’ e sciogliersi in lacrime poco dopo; nel lontano 2016 scoprivo David Bowie, il suo inno rock «Rebel Rebel», il mio disinteresse a riconoscermi ‘girl’ o ‘boy’ al momento del «You got your mother in a whirl / She doesn’t know if you are a boy or a girl!». 
«Hot tramp, I love you so» — la strofa successiva — importava assai di più, ai miei occhi adolescenti. Nel 2016 intuivo me stesso e mi zittivo, nel 2022 mi abbraccio e zitto non ci sto più. 
«Rebel rebel, put on your dress / Rebel rebel, your face is a mess / Rebel rebel, how could they know?»

Etienne: Assieme ai ritratti che esegui fornisci sempre anche dei brevi testi che immagino siano degli estratti di dialoghi, dimmi se sbaglio, e che siano parte integrante e fondamentale nella lettura delle fotografie, puoi raccontarci come operi solitamente quando scatti? Come selezioni i soggetti ecc.

Arthur: Il progetto racconta le storie di persone androgine, gender non conforming, trans* e non binarie residenti in Italia, raggiunte di volta in volta nella loro città o incontrate a metà strada, diverse per identità di genere, presentazione di genere ed età (purché maggiorenni, ecco). 
Nonostante io sia solito spiegarmi per sole immagini, ho ritenuto giusto in questo caso affiancare ai ritratti vere e proprie interviste – il cui tema fosse a discrezione delle persone coinvolte.
In un primo periodo ho deciso di includere nel progetto persone che già conoscevo dal vivo, lasciando che fosse l’alto grado di confidenza a facilitare il lavoro e rendere il tutto piuttosto informale; dopo qualche mese ho invece deciso di contattare persone notate sui social (specialmente Instagram e TikTok), riponendo dunque estrema cura nella fase di ricerca, selezione e direzione artistico/creativa. Se inizialmente «Masculin Féminin» includeva sia persone cisgender che persone transgender, ora invece si concentra unicamente su soggettività t* e non binary – al fine di contribuire ad una narrativa autentica, rispettosa e non stereotipata, volta a smantellare i preconcetti e le credenze (errate) su cui l’opinione pubblica si fonda. Non si tratta infatti di un progetto queer ideato da e per persone queer, bensì di un lavoro documentario atto a catturare l’attenzione e conquistare la sensibilità di quante più menti possibile. «M/F» infine non vuole riposarsi sulla retorica dello ‘strambo’ / ‘flamboyant’ (traduzioni letterali dall’inglese ‘queer’) – bensì rielaborare e reinterpretare la dirompenza dell’identità queer, da sempre e per sempre performativa. Il genere è di fatto un’esibizione di norme precostituite, un rituale che siamo chiamatə a ripetere costantemente, credendo sia un fatto naturale, quando in realtà non è che una performance, un tentativo di imitazione più o meno riuscito. L’androginia – intesa come dissidenza dal regime del sesso e del genere – si rivela dunque nient’altro che un canovaccio, un copione identitario dalle infinite declinazioni e meravigliosamente sovversivo: infine, un atto politico.

Etienne: Pensi che questo progetto avrà un seguito e/o delle evoluzioni in futuro? 

Arthur: «Masculin Féminin» è sempre stato pensato come progetto fotografico documentario a lungo termine, dunque potenzialmente potrà essere condotto per anni e anni! 
Mi piace pensare che possa crescere ed evolversi assieme a me, fino ad includere buona parte della comunità t* e non binary italiana. Col tempo però mi piacerebbe dare al progetto un respiro più internazionale e raggiungere, viaggiando, persone che seguo da tempo sui social e che altrimenti non potrei incontrare. Per quanto riguarda invece i suoi futuri output: sogno un grosso libro fotografico contenente tutte le persone coinvolte dal giorno zero, le loro interviste, i miei appunti cartacei e magari qualche scatto inedito; a settembre il progetto compierà due anni, eppure lo sento ancora troppo acerbo  per il mondo dell’editoria fotografica. Staremo a vedere!

Etienne: Volevo chiederti anche qualche cenno a proposito di questo nuovo collettivo milanese PESSIMA nato da poco di cui fai parte, di cosa si tratta? (Ig: @pessimart) 

Arthur: «PESSIMA» è un neonato collettivo artistico transfemminista che mira a promuovere e supportare artistə transgender emergenti. 
Il nome del collettivo – fondato a novembre 2021 dall’artista Simona Coltello – si richiama proprio al dispregiativo più forte della lingua italiana ed ai suoi sinonimi: ‘il terribile’, ‘il peggiore’. 
Questi termini infatti hanno sempre definito la comunità trans* agli occhi del pubblico (cis, etero) ed hanno etichettato tale minoranza come ‘inferiore’ e ‘non degna’. 
Con «Euphoria: Oltre Il Binarismo» – la nostra prima mostra, tenutasi dal 4 al 7 dicembre scorso a Milano – abbiamo voluto rivendicare il termine ‘Pessima’ e cucirvi sopra il nostro orgoglio. 
Otto artisti transgender hanno condiviso il loro legame con il tema della mostra: un viaggio oltre il binarismo e gli ostacoli che la società ha imposto loro. Il nostro obiettivo è stato educare lo spettatore alle difficoltà ed alle ingiustizie che una persona trans* deve affrontare nella vita di tutti i giorni ed, allo stesso tempo, mostrare la bellezza insita nel percorso di scoperta della propria vera identità. 
Sono entrato a far parte di «PESSIMA» dopo appena due settimane dal mio trasferimento a Milano: ricordo ancora il senso di smarrimento che provai nel raggiungere il luogo della mostra, lo Spazio Ex Fornace, e nel confrontarmi con gli altri sette membri del collettivo durante la fase di allestimento delle nostre opere! 
Da allora io e la mia collega Simona siamo cresciuti moltissimo ed abbiamo fatto tesoro dell’esperienza di «Euphoria (I)» al fine di proporne una seconda edizione per il prossimo Tdor [nr: Giornata della Rimembranza Trans, 20 Novembre 2022]. 
Nel frattempo stiamo lavorando al sito web di «Pessima», che verrà lanciato online fra meno di un mese e coinvolgerà moltissimə artistə t* provenienti da tutta Italia… e non solo. Sono così fiero della strada fatta assieme, questo però vuole essere solo l’inizio!

Etienne: Ultima domanda ma non per importanza, cosa significa per te identificarsi come persona non-binary e quanto importante è l’autocoscienza? 

Arthur: Non saprei dirti nello specifico cosa ‘non binary’ significhi per me, di certo però so indicare cosa non è: essere una persona non binaria non significa posizionarsi ‘in mezzo ai due poli’ (come se davvero ne esistessero solo due poi, pff!), né tanto meno presentarsi a tutti costi in maniera androgina; essere una persona non binaria non significa nemmeno accorpare in sé ‘il meglio dei due mondi’ – proprio perché di mondi non ve ne sono due, bensì molteplici e potenzialmente esplorabili all’infinito; essere enby non obbliga a provare disforia di genere, né tanto meno ad usare alcuni pronomi rispetto ad altri; ‘enby’ non è che un gigantesco termine ombrello che a sua volta racchiude ed unisce esperienze diversissime fra loro: ‘genderfluid’, ‘bigender’, ‘agender’, ‘demigender’ sono solo alcune di esse. 
A sua volta l’esperienza non binary fa parte dello spettro trans* – termine che sento davvero mio, probabilmente per la sua forte connotazione sociopolitica. Nello specifico amo alla follia la parola ‘transmasc’ (abbreviazione di ‘transmasculine’) perché capace di descrivere la mia presentazione di genere, per l’appunto tendenzialmente mascolina.
Di qui l’esigenza di un nome d’elezione – Arthur – che rispecchiasse al meglio il mio sentire e che ben si adattasse alla mia personalità! Arthur per me significa molte cose, in primis un azzurro cielo rassicurante, capace di infondere fiducia e di fondersi a meraviglia con il colore rosa, proprio come all’interno della bandiera t*. 
Ora che mi ci fai pensare, forse per me essere una persona non binary significa proprio questo: indossare i colori che più adoro, senza farmi condizionare da stereotipi legate al genere ed alla sessualità; per anni ho creduto che vestirmi di nero potesse farmi sembrare più mascolino, più macho se vogliamo, eppure mi sbagliavo di grosso: i colori scuri non mi donano affatto. 
Da quanto ho introdotto nel mio armadio il rosa shocking e l’ultraviolet mi sento profondamente a mio agio – sebbene sia consapevole delle conseguenze di questa mia scelta; molte persone non hanno infatti mancato di farmi notare quanto questa mia preferenza cromatica potesse destabilizzarle, tanto da far loro pensare che io fossi solo una donna piuttosto… confusa. 
Fortunatamente ho smesso di basarmi sull’opinione altrui, specie se di stampo ciseteronormato e patriarcale, in quanto il mio benessere e la mia euforia di genere vengono prima di ogni altra cosa. 
Imparare ad accogliere e a valorizzare la mia identità transmasc mi ha donato la felicità che credevo di aver perso per sempre. Auguro a chiunque di cercarsi, di esplorarsi ed infine di trovarsi: ne vale davvero la pena.

Etienne: Volevo ringraziarti per il tempo che hai dedicato a questa intervista e per le parole spese per illustrare il tuo progetto magnifico, ti auguro tutto il meglio sia per la vita sia per il tuo lavoro presente e futuro e spero di vedere molto altro e sempre di più, grazie mille! (P.s. incrociamo tutt* le dita per una collaborazione con Rambaldi). 

Arthur: Grazie a te, Etienne, della fiducia riposta nella mia persona e nel mio lavoro! 
Sono certo che anche tu arriverai in alto, grazie ai tuoi magnifici collage queer! Un grande abbraccio ed un mega in bocca al lupo per tutto.

Masculin Féminin, Courtesy of Arthur Buoso

Etienne Dal Ben

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