KRUGER FOR WOMEN. Viaggio tra politica e poetica

Una breve premessa

Si è sempre dibattuto molto su quale ruolo l’arte debba avere all’interno di una società: se debba o meno essere atto politico, se debba o meno essere socialmente attiva e quindi in qualche modo ‘’schierarsi’’. Comunque la si voglia vedere, ogni movimento artistico – dal Rinascimento alle Avanguardie fino agli NFTs dei nostri giorni – resta espressione di un particolare periodo storico e da questo viene contraddistinto. In tempi di crisi e di rivoluzioni come quello che stiamo vivendo, questo aspetto dell’arte viene automaticamente balzato in prima linea: gli artisti, spesso più sensibili ai cambiamenti sociali, incarnano il cambiamento stesso (spesso anticipandolo) non fosse altro per il fatto che la loro creatività nasce e si alimenta in quel particolare contesto storico, culturale, sociale e sì, anche politico.

Barbara Kruger: la comunicazione visiva come arma sociale

Barbara Kruger rientra a pieno titolo tra coloro che hanno incarnato (e lo fanno tuttora) lo spirito del tempo, facendo dell’analisi sociale il loro punto di forza. Inserita dal New York Times tra i cinque personaggi più influenti del 2020 (M. O’Grady, Barbara Kruger Offers a Dark Mirror for Our Meme-Driven Age, in ”The New York Times”, 2020), quando pensiamo al suo nome non possono non venirci in mente i suoi rivoluzionari ed eterni manifesti, che divennero icone – e tali restano oggi – di innumerevoli e fondamentali battaglie, dalle proteste pro-choice e la violenza di genere a quelle per i diritti civili, dalla lotta alla disuguaglianza sociale fino alla discriminazione delle minoranze. Il lavoro dell’artista, specialmente a partire dal movimentato decennio degli anni Ottanta, si inserisce in quell’ondata di sperimentazioni verbo-visive che fecero dell’immagine da un lato, e della parola-slogan dall’altro, i loro cavalli di battaglia: qui però il potere dello slogan (tipicamente pubblicitario) al posto di accompagnare l’immagine la sovverte violentemente (E. Del Drago, ”Panorama artistico internazionale”, in Contemporanea. Arte dal 1950 a oggi, 2008).

Una delle tematiche più care alla Kruger, cui si dedica fin dall’inizio della sua carriera, è quella femminista. Pur non categorizzando rigidamente il suo lavoro, questo viene pienamente incluso in tutte quelle pratiche artistiche che in quegli anni diedero voce al pensiero delle donne, dalla violenza domestica all’indipendenza economica, fino ai diritti – per cui si è combattuto strenuamente – per l’aborto. Tra queste rientra quella che dai più è considerata la sua opera-manifesto più importante, Untitled (Your Body is a Battleground), creata per la manifestazione pro-choice di Washington il 9 aprile 1989 (Barbara Kruger – Your body is a battleground, in “Public Delivery”, 2020) e diventata celebre per tutte le seguenti proteste: ci racconta della capacità dell’artista di superare il limite tra testo politico, poetico e pubblicitario, ma ci dice soprattutto della necessità di sfruttare la propria arte per trasmettere messaggi potenti, spesso crudi, denunciando una situazione sociale e facendo emergere, tramite un semplice slogan, MILIONI di voci.

Barbara Kruger, Untitled (Your Body is a Battleground), stampa fotografica su vinile, 1989, exhibition view, courtesy of David Zwirner

L’importanza del lavoro della Kruger resta così duraturo nel tempo proprio per la sua compassione e per l’abilità nell’uso del testo: come disse Megan O’Grady, «se le immagini appropriate che ha usato ci hanno sedotto, sono sempre state le sue parole a fornire il pugno allo stomaco» (M. O’Grady, Barbara Kruger Offers a Dark Mirror for Our Meme-Driven Age, in ”The New York Times”, 2020). In un’opera del 1991 – ma terribilmente attuale – Kruger mise in scena per le strade di New York una sorta di disorientante esperimento sociale sull’empatia. Parliamo di tre poster in cui furono simulati degli scambi di genere: ogni poster ritraeva ciascuno una tipologia di uomo diverso (un operaio edile, uno studente e un padre di famiglia della classe media americana) presumibilmente “incinti”. Un grande “AIUTO!” era stampato in rosso sopra una breve testimonianza che descriveva le loro rispettive difficoltà – l’università da frequentare, un mutuo da pagare, ecc. – che terminava con le parole: “Cosa dovrei fare?”

Come Kruger stessa affermò: «in questa serie di immagini e parole sto tentando di sollevare domande (…) Spero che questo lavoro possa aiutare a focalizzare l’attenzione sui nostri sogni e su chi può osare sognarli, sui nostri corpi e su chi li controlla» (Barbara Kruger: Untitled [bus shelter posters], in “Public Art Fund”, 1991).

Barbara Kruger, Untitled (Bus Shelter Posters), exhibition view PSA: Public Service Art, 1991, New York, courtesy of Fran Collin
“HELP! Graduation is coming and I’ve got a good job lined up. I want to get my life together. But my girlfriend is seeing other guys and I just found out I’m pregnant. What should I do?”
“HELP! We’ve finally sent the kids off to school. We’re not getting any younger. I’ve got high blood pressure and arthritis. I just found out I’m pregnant. What should I do?”
“HELP! I’ve got a great job. My wife just got a promotion. We’re beginning to make a dent in the mortgage but it’s tough in this economy. I just found out I’m pregnant. What should I do?”

Ma quindi, fino a che punto l’arte ci fa riflettere sulla vita?

Sono passati 33 anni dalla manifestazione pro-choice di Washington per la quale Barbara Kruger creò il suo celebre manifesto. Eppure oggi il nostro corpo è ancora un campo di battaglia. All’indomani della decisione della Corte Suprema americana di revocare la storica sentenza Roe V. Wade del 1973, con cui la stessa Corte rendeva legale l’aborto, Barbara Kruger affermò che «se la revoca di Roe vi sciocca, non siete stati attenti» (M. Cardone, Le reazioni del mondo dell’arte alla sentenza americana sull’aborto, in “Artribune”, 2022). E il problema forse è proprio questo: non solo non prestiamo realmente attenzione a ciò che accade, ma lo facciamo solo quando ci coinvolge in prima persona. È allora l’empatia l’arma da usare contro questa nostra indifferenza? O la rabbia? Nel lavoro dell’artista queste due forze sembrano coesistere, urtandosi una contro l’altra fino a regalarci un’immagine assolutamente realistica, veritiera – e paurosamente complessa – del mondo in cui viviamo. Dovremmo allora smetterla di chiederci se questo tipo di arte sia atto politico o meno, se abbia o meno diritto di schieramento, e chiederci un po’ di più se siamo a nostro agio di fronte a un’opera simile, se siamo consapevoli di quello che l’artista ci sta dicendo, o meglio, mostrando. Lo scopo ultimo di Kruger forse è proprio questo: porci interrogativi che ci mettano a disagio, che facciano scoppiare la bolla che ognuno di noi tenta di mantenere meticolosamente intatta.

Quasi a dirci: “SVEGLIATEVI”.

Barbara Kruger, Untitled (Questions), stampa fotografica su vinile, 1989-90, on view 1990-92, MOCA, Los Angeles, courtesy of Gene Ogami/MOCA

Eva Chemello

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