L’arte di fare critica. Nuovi approcci interpretativi dell’arte contemporanea

Thomas Struth, Museum Photographs © Thomas Struth 

Nel dizionario alla voce critica d’arte troviamo: «sottoporre a esame critico un autore o un’opera (un dramma, un film, una dottrina, un movimento o un’opera d’arte), esprimere su essi il proprio giudizio (e s’intende per lo più sfavorevole)». Definizione la cui correttezza, alla luce delle trasformazioni e degli sviluppi che tale disciplina ha subito negli ultimi anni, può essere certo discussa e messa in dubbio.

Oggi più che mai si sente dire che la critica d’arte sia morta e non abbia alcun futuro, ma è realmente così? Sicuramente, si può sostenere che essa sia mutata notevolmente nel corso del tempo, abbandonando la tradizionale idea di critica di impronta storicistica e legata al solo giudizio di valore dato all’artista e alle sue realizzazioni. Detto ciò, in questo breve articolo si cercherà di  delineare quali siano le sorti della critica d’arte.  Per rispondere a questa domanda è bene ragionare su alcune questioni e problematiche, ripercorrendo brevemente l’evoluzione della disciplina nel corso dei secoli. 

L’arte è stata, infatti, oggetto di studio e interpretazione fin dall’antichità dando luogo nel tempo a una vasta letteratura sulla materia, contraddistinta da un approccio di volta in volta differente. Il decisivo peso culturale che la critica ha assunto nella seconda metà del secolo scorso dimostra come essa non possa considerarsi un’attività secondaria e accessoria rispetto alla pratica artistica. Questo è evidente soprattutto se si considera che negli ultimi decenni gran parte di tale letteratura è dovuta agli stessi artisti, i quali sentono il bisogno di giustificare la loro opera attraverso dichiarazioni e testi di accompagnamento

In tal modo, la critica va ad assumere una funzione che si potrebbe definire di mediazione tra pubblico e opera, divenendo necessaria per la produzione e l’affermazione dell’arte e avvalorando l’idea di una sorta di incompiutezza o difficoltà di comunicazione dell’opera contemporanea. Funzione divulgativa quindi che si ricollega oltretutto alla nascita del concetto di museo partecipativo e alla volontà di rendere le opere accessibili a chiunque: in questo senso la critica offre agli osservatori una lettura universale di queste ultime. Tale interpretazione appare però piuttosto riduttiva – e non del tutto corretta – se si considera che la critica ha dato luogo a un linguaggio tecnico e specialistico che la rende, al contrario, non così facilmente accessibile ad un lettore/osservatore qualunque. 

Thomas Struth, Museum Photographs © Thomas Struth 

La critica d’arte come vera e propria disciplina e genere letterario, si sviluppa a partire dal Cinquecento, periodo in cui la fruizione della stessa è ancora riservata a una ristretta cerchia di intellettuali, tra i quali rientrano committenti, collezionisti e conoscitori, che con i propri scritti tendono a orientare il gusto dell’epoca dando vita a dei canoni estetici che determinano la qualità dell’opera. A partire dalla seconda metà del Novecento si comincia a sostituire all’esercizio dell’interpretazione una modalità di studio basata, invece, sul rapporto diretto con l’opera e si attribuisce sempre maggiore importanza al curatore. Si è creata una nuova narrazione dell’arte dovuta alle trasformazioni della cultura postmoderna: il radicale cambiamento delle pratiche culturali e artistiche , la nascita di nuovi mezzi espressivi forniti dal digitale e dal progresso tecnologico, l’avvento di un’arte che si apre a situazioni, all’effimero, all’immateriale e al performativo, la volontà degli artisti di assumere un ruolo decisivo e centrale nella scelte espositive delle proprie opere, come pure l’affermarsi del curatore come figura cruciale all’interno del mercato dell’arte contemporanea e dei processi di valorizzazione, sono fattori che hanno contribuito notevolmente a spingere la critica verso posizioni sempre più problematiche ma allo stesso tempo innovative. Occorre, nella critica d’arte attuale, rinnovare il processo e i mezzi di interpretazione tipicamente utilizzati per l’opera figurativa, adeguandoli alle esigenze di questa nuova estetica. 

In sostanza, negli ultimi anni si è assistito a un passaggio da una critica legata alla storia dell’arte ad una in cui le scelte espositive assumono un ruolo determinante e dove il testo si trasforma piuttosto in una serie di documentazioni, interviste, elenchi di opere. Una delle conseguenze di questa nuova impostazione è la nascita, negli anni Sessanta, della cosiddetta Institutional Critique, che privilegia la dimensione politica dell’opera d’arte a scapito delle più tradizionali discussioni di ordine estetico e formale, sottolineando così la connessione dell’arte con l’attivismo femminista, gli studi postcoloniali e di genere. Se da un lato si tratta di un approccio che permette una lettura differente dell’opera – calata all’interno della società – dall’altra emerge il rischio di ridurre la pratica artistica a mero oggetto di mercato – e anche di potere – e privarla di uno spazio di autonomia e libertà d’invenzione non connesso alla realtà socioculturale all’interno della quale l’opera è inserita. 

Per concludere, contro quelle voci di chi oggi sostiene che la critica d’arte è ormai morta, si può dire che, al contrario, essa esiste e continuerà ad esistere in futuro, seppur attraverso forme e sembianze differenti. In ogni caso, sempre più necessario, per quanto complesso, risulta imparare a distinguerla da altri testi. Il giudizio critico-storico, preminente e qualificante tale disciplina, non si estende, infatti, a tutti gli scritti d’arte, ma la critica si distingue da questi ultimi in quanto si propone non solo di delimitare e definire storicamente il rapporto tra le singole opere, l’artista e il periodo di realizzazione delle stesse e, di conseguenza, la situazione sociale e culturale cui esse appartengono, ma, soprattutto, di interpretare l’atto creativo dandone un giudizio, anche quando negativo. Inoltre, oggi gli scritti d’arte prendono direzioni molto varie, volgendosi verso materie distinte quali la semiotica, la sociologia, la psicologia o l’antropologia e creando degli ambiti di ricerca autonomi: ciò dipende dall’approccio predominante e dagli aspetti cui si attribuisce più rilevanza. Sulla base di quanto detto, è innegabile che l’analisi delle opere, dei movimenti artistici e la ricostruzione delle personalità coinvolte potrà modificarsi ulteriormente negli anni a venire, rendendo, si spera, la critica più comprensibile, vicina, aperta e libera  dall’ambito accademico in cui rimane ancora oggi, purtroppo, relegata. 

Aurora Argiolas

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