Le arti applicate siciliane: il fil rouge degli studi di Maria Accascina

Nel panorama storico-artistico novecentesco italiano, la figura di Maria Accascina si lega agli studi sulle arti applicate siciliane, dei quali divenne una tra i primi e pochi pionieri, insieme a Ernesto Basile, Enrico Calandra, Filippo Meli ed Edoardo Caracciolo.
All’analisi dell’oreficeria siciliana fu condotta da Adolfo Venturi, suo maestro dal 1923 alla Scuola di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna di Roma, il quale le assegnò una tesi intitolata L’Oreficeria in Sicilia dal XII al XV secolo. Ben presto Accascina –​​ attraverso le ricerche su fonti manoscritte, a stampa, su inventari e statuti – comprese l’importanza della catalogazione del patrimonio artistico siciliano, in particolar modo delle opere mobili di oreficeria, con il fine di contrastare i furti e le dispersioni che frequentemente si verificavano per le loro esigue dimensioni e il loro inestimabile valore.
Ultimato il perfezionamento a Roma nel 1927, Accascina divenne Ispettrice addetta al Reale Commissariato per la tutela degli oggetti artistici siciliani, un incarico che le permise di approfondire i suoi studi su quest’ambito artistico, giungendo anche a scoperte inedite che pubblicò nel 1928 tra le pagine del «Bollettino d’Arte del Ministero della Pubblica Istruzione». Negli anni a seguire, Accascina curò la schedatura degli oggetti entro le chiese siciliane, quelle di Agrigento, di Sciacca e di Naro, eseguendo proprio quello che qualche anno prima aveva capito essere fondamentale per la salvaguardia di quei manufatti. Da queste sue indagini emersero numerose opere che nel tempo si erano abbandonate all’oblio, in particolare di tessuti pregiati e di oreficerie di vario genere.
A solo un anno di distanza alla nomina da Ispettrice, nel 1928 fu incaricata di ordinare e curare la sezione medievale e moderna del Museo Nazionale di Palermo, un incarico oggetto di alcune sue pubblicazioni, come L’ordinamento delle oreficerie nel Museo Nazionale di Palermo (1929), Il riordinamento della Galleria nel Museo Nazionale di Palermo (1930) e Pitture senesi nel Museo Nazionale di Palermo (1930).

Maria Accascina, foto Seffer, Palermo, Archivio Morreale-Rotolo.

Con il maturare della sua carriera evolsero anche i suoi studi sull’arte siciliana, che gradatamente si ampliarono fino alla pittura del XIX secolo – della quale si occupò dal 1939 – inizialmente ricercando informazioni per poi osservare le opere dal vivo ed esaminare anche il contesto in cui erano conservate, come il rapporto tra opera e ambiente.
Il suo approccio metodologico, scientifico, si basava sulla ricostruzione della vita degli artisti esaminati, partendo dalla loro realtà culturale e sociale e proseguendo attraverso un’analisi che considerava le loro opere entro la fitta rete degli eventi storici, politici e sociali a loro contemporanei.
Oltre a essere stata tra le pioniere degli studi sull’arte siciliana, fu anche promotrice di quelle opere d’arte che aveva premura di salvaguardare e valorizzare, mettendole in luce – attraverso una serie di esposizioni – al pubblico e ai critici, che tanto le avevano trascurate. Dal 1937 al 1951 organizzò la Mostra d’Arte sacra nelle Madonie e dal 1951 curò la Mostra di opere d’arte bizantine presso il Palazzo Reale di Palermo. Negli anni Cinquanta, la studiosa riprese le sue ricerche sull’arte siciliana del XIX secolo, con la volontà di curare la Mostra dell’arte nella vita del Mezzogiorno d’Italia allestita al Palazzo dell’Esposizione di Roma nel 1953. Pochi anni dopo, nel 1958, si occupò anche dell’allestimento della Mostra di opere d’arte inedite a Messina, riprodotta poi a Rodi nel 1962.

La Mostra d’Arte Sacra delle Madonie di Maria Accascina. Il catalogo che non c’era, a cura di M. C. Di
Natale, S. Anselmo, M. Vitella, Palermo, New digital frontiers, 2017. In copertina Argentiere palermitano, Calice madonita, fine del XV-inizi del XVI secolo, Petralia Soprana, Chiesa Madre, fotografia di Vincenzo Anselmo.

Nel 1949 si trasferì a Messina per dirigere il Museo Nazionale della città; fino al 1966 eseguì un riordino delle opere d’arte del museo e avviò dei lavori di ripristino per migliorare le condizioni disagiate in cui riversava la struttura. All’arrivo di Accascina, da un lato la situazione era drastica per i danni strutturali causati dalla Seconda guerra mondiale e non ancora risanati, dall’altro per il quasi completo abbandono amministrativo in cui riversava il museo e, a causa di questa imperante assenza di controllo, furono facilitati una serie di furti alla collezione – furono rubate tra il 1939 e il 1943 circa 260 opere – poi ricondotti al Sig. Omero, custode e restauratore del museo.
Sulle miserabili condizioni del museo lei stessa scrisse nelle sue lunghe e dettagliate relazioni e nei suoi diari, che era solita redigere con grande passione per ogni incarico e studio affrontato. In seguito alle iniziali considerazioni, la studiosa avviò repentinamente la catalogazione fotografica della collezione insieme all’organizzazione dei luoghi adibiti a deposito. L’impresa catalogativa terminò nel 1957, ma il museo riaprì al pubblico qualche anno prima, il 6 giugno 1954, rendendo fruibile un percorso espositivo che illustrava la storia della città da Caravaggio ad Antonello da Messina, attraverso dipinti, stoffe, vasellame e argenti.

Il Ministro della Pubblica Istruzione Gaetano Martino e Maria Accascina nel giorno dell’inaugurazione del nuovo allestimento del Museo Nazionale di Messina, 6 giugno 1954, courtesy of OADI, Osservatorio per le Arti Decorative in Italia “Maria Accascina”.

Durante gli anni del pensionamento, iniziato nel 1963, Accascina tornò a dedicare il tuo tempo agli studi sull’oreficeria siciliana, il tema della tesi di diploma di perfezionamento, che le fu così caro da rimanere la sua costante per tutta la vita. Questo però fu per lei il momento di ampliare il campo d’indagine anche alle argenterie conservate nei musei europei, come in quelli di Londra, Oslo e Vienna, dove ritrovò esemplari siciliani di grande prestigio, che riconobbe attraverso i marchi di garanzia con l’iniziale dell’orefice, il luogo e la data di produzione. Queste visite e questi studi diedero vita a un testo edito nel 1974, Oreficeria di Sicilia dal XII al XIX secolo e a un secondo volume edito nel 1976 intitolato I marchi dell’oreficeria e argenteria di Sicilia. Accascina, con la volontà di proseguire le sue ricerche e pubblicazioni, iniziò a esaminare anche la scultura e i tessuti siciliani, ma a causa di una malattia morì il 31 agosto 1979, lasciando incompiuti i suoi ultimi studi.

Elena Barison

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