COME FUNZIONA UNO SPAZIO ESPOSITIVO INDIPENDENTE? INTERVISTA AD ADIACENZE.

Il collettivo curatoriale bolognese, nato da un’idea di Amerigo Mariotti e Daniela Tozzi, ci racconta la sua storia.

Solo fisicamente “adiacente” ad alcune gallerie d’arte contemporanea storiche di Bologna, lo spazio espositivo Adiacenze si discosta concettualmente da quest’ultime, per la scelta di svincolarsi dalle dinamiche commerciali del mercato dell’arte. Dalla collaborazione con artisti dell’Accademia, all’organizzazione di progetti in tutta l’Emilia Romagna, la curatrice Giorgia Tronconi ci ha raccontato il percorso intrapreso dal collettivo.
 

Sara Lorusso e Adelisa Selimbasic, Fu desiderio che infine prende forma in un corpo, 2022, Courtesy of Adiacenze, exhibition view

MARIANNA REGGIANI – Vi presentate al pubblico come «spazio espositivo dedicato all’arte emergente e all’indagine sul contemporaneo in tutte le sue forme»: come si svolge questa indagine? Quali sono i vostri strumenti?

GIORGIA TRONCONI: Adiacenze nasce nel 2010 con l’idea di creare un legame con l’ambito dell’Accademia, quindi con artisti giovani ed emergenti, per dare vita ad un luogo dove questi potessero esporre i propri lavori per la prima volta. Curiamo i progetti in tutte le fasi, dall’ideazione all’allestimento. Nel tempo poi abbiamo declinato questo approccio anche ad artisti più affermati, nel tentativo di strutturare con loro dei percorsi più complessi. Negli ultimi anni poi abbiamo sviluppato anche collaborazioni con istituzioni e musei. Questo ha reso Adiacenze molto più di uno spazio espositivo: siamo un collettivo curatoriale.

MR – Come scegliete gli artisti da esporre?

GT: Facciamo molti studio visit. I nostri progetti sono sempre diversi tra loro, sia per tematiche che per media. Ci interessa soprattutto la ricerca, giungere al risultato finale attraverso un processo seguito e stimolato da noi, quindi cerchiamo artisti che abbiano voglia di mettersi in gioco e relazionarsi con altre competenze. Il tipo di arte contemporanea che perseguiamo è quella che promuove la sperimentazione

Sara Lorusso e Adelisa Selimbasic, Fu desiderio che infine prende forma in un corpo, 2022, Courtesy of Adiacenze, exhibition view

MR – Occuparsi di arte emergente oggi non è semplice, dal momento che l’arte contemporanea genera sempre molti malintesi e viene spesso commentata con un «questo avrei potuto farlo anch’io». Come può il curatore provare ad abbattere questa barriera?

GT: Noi cerchiamo spesso di metterci dalla parte del pubblico, ma non pensiamo che la soluzione sia quella di “abbassare” – passami il termine – il lavoro per renderlo più accessibile, pop o accattivante. Rimane una sfida, sia per le mostre nel nostro spazio sia per i progetti che sviluppiamo fuori. Ad esempio, nell’ambito del progetto di residenze artistiche, che portiamo avanti da ormai tre anni, l’anno scorso a Spilamberto in provincia di Modena, Chiara Gambirasio ha realizzato con noi una scultura in cemento. Gli abitanti ci si sono affezionati così tanto che la signora che abita nel palazzo di fronte mi ha raccontato che va a pulirla tutti i giorni. Forse l’unica vera soluzione è rimanere sempre in ascolto dei feedback del pubblico, cercando di migliorarsi.

MR – La mostra Running out, attualmente in corso, indaga il problema della siccità. Di quali strumenti vi siete avvalsi per affrontare un argomento così attuale e urgente?  

GT: Running out vede protagonista Eléonore Griveau, che vive a Bergen (Norvegia) da anni ed è stata in residenza tra Bologna e Calderara di Reno lo scorso mese. È rimasta affascinata dalla storia del nostro spazio, che al piano inferiore è costruito letteralmente sopra un corso d’acqua, come molti edifici di Bologna. Le abbiamo raccontato la storia di Bologna città delle acque ed è partito un percorso di ricerca. Lei voleva parlare di questa storia collegandola ad un presente estremamente problematico, quello della crisi idrica. La mostra nasce da un confronto e uno scambio tra le fonti dell’artista e i nostri contenuti, il tutto confluito poi in una traduzione nello spazio espositivo. 

Eléonore Griveau, Running out, 2022, Courtesy of Adiacenze, exhibition view
Eléonore Griveau, Running out, 2022, Courtesy of Adiacenze, exhibition view

MR – La mostra Fu desiderio che infine prende forma in un corpo ha esplorato l’ambito della rappresentazione dei corpi femminili, indagando il concetto stesso di desiderio: «Desiderare diventa la strategia per decostruire e ricomporre il costituito, lo standardizzato. […] Ribaltare il concetto di estetica per lasciare spazio a un’idea di unicità ed identità». Quanto potere ha l’arte in questa missione di decostruzione degli standard? 

GT: È una bella sfida anche questa. Penso che la mostra sia stata molto chiara nell’esprimere l’unicità della diversità: i corpi rappresentati nelle opere sono corpi reali, di tutti e di nessuno. Adelisa Selimbasic e Sara Lorusso si sono interrogate sull’immagine dei corpi mostrati tutti i giorni nelle mode e nelle tendenze social, trovando, all’interno della stessa tendenza, il paradossale: un corpo che magari secondo uno standard non è attraente lo può diventare perché viene scelto, selezionato e riprodotto in un certo modo. Le artiste hanno avuto la sensibilità di riproporre ciò che ci circonda sotto un altro punto di vista, rileggendo certi fenomeni contemporanei. 

Sara Lorusso e Adelisa Selimbasic, Fu desiderio che infine prende forma in un corpo, 2022, Courtesy of Adiacenze, exhibition view
Sara Lorusso e Adelisa Selimbasic, Fu desiderio che infine prende forma in un corpo, 2022, Courtesy of Adiacenze, exhibition View
Sara Lorusso e Adelisa Selimbasic, Fu desiderio che infine prende forma in un corpo, 2022, Courtesy of Adiacenze, exhibition view

Marianna Reggiani

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